—Taci, anima mia. taci.
—Io non ti piaccio—soggiungevo io.
—Nessuna persona mi piace più di te, te lo giuro.
—Non ti credo.
—Che debbo fare, perchè tu lo creda?—mi replicava lui tristamente.
—Non so—rispondevo io, glacialmente.
Giacchè egli diventava più triste, a ogni nuovo colloquio e la mia anima si gelava. Talvolta, lo sorprendevo che mi guardava con ansietà, soffrendo di non so quale strano e ignoto dolore: il mio sgomento diventava grande. La sua voce era infranta, nel parlarmi: più spesso taceva, assorbito.
—A che pensi, amore?
—Non penso, sogno, cara.
—Che sogni?