—Avendo un'altra amante, allora?—arrivavo a dire, io, esasperata.
—Non commettere sacrilegio, cara. Io non adoro che te.
—Così, a traverso le sfere, come le stelle?
—Così—replicava lui, con tanta nobiltà, che io mi riteneva subito la più volgare fra le donne.
In quel tempo, per mia colpa, dunque—più tardi, poi, intesi che era per colpa di Giustino Morelli—io finii per intorbidare la sorgente di ogni mia consolazione. Mentre prima ogni sua tenerezza mi sembrava una ricca parte fattami dal destino, e ne ringraziavo questo destino, adesso non me ne contentavo più. Egli era sempre lo stesso uomo, aveva per me, sempre, un amore tutto di pietà, di rispetto, di ammirazione, di adorazione, ma mi sembrava freddissimo. Infine, io era giovane, bella, elegante, molto corteggiata, poichè la pessima condotta di mio marito, purtroppo, non era ignorata, malgrado le mie premure per nasconderla: e sentivo intorno a me, come l'incenso di un omaggio continuo che uomini giovani e belli abbruciavano nel desiderio dell'amor mio. Giustino Morelli mi pareva freddissimo. La passione violenta di Nino Stresa per Grazia, la mia amica, mi destava curiosità e invidia. Il paragone che facevo, ogni tanto, di Nino Stresa con Giustino Morelli mi faceva sempre più insistere nell'idea, che il mio amante—era egli, forse, un amante?—non provasse per me un amore forte e vivo, come si sente quando si è giovani, quando il sangue è caldo, quando la donna si è già data a voi col suo cuore.
—Perchè sei così freddo?—era la mia interrogazione costante.
—Freddo, ti pare?
—Non mi pare: sei freddo.
—Niuno ti può amare più di me, Anna.
—Non ti vantare. Tu mi ami poco.