—Mi vuoi bene?—chiedeva la donna a Mario Felice.
—Tu lo sai,—egli rispondeva, con; una lieve contrazione penosa sul volto.
—Non lo so, non lo so, dimmi se mi vuoi bene,—insisteva lei agitata.
—Non domandare, cara,—continuava a rispondere Mario Felice, con una crescente impressione dolorosa.
Ella taceva. Ma queste erano le risposte dei buoni, dei rarissimi giorni, erano le risposte date solo tre o quattro volte, nel lungo e combattuto loro amore: ella conservava preziosamente queste risposte, che le parevano ispirate da un'immensa tenerezza. Quasi sempre alla monotona domanda, alla domanda persistente di lei, a quelle ansiose, affannose parole che erano il costante ritornello di quel cuore femminile, mi vuoi bene, mi vuoi bene? egli non rispondeva che con un sorrisetto fra l'ironico e il pietoso, come se gli facesse compassione quella folle ostinazione. Talvolta, nelle giornate nere, irritato, egli rispondeva:
—No.
—Non mi vuoi bene?
—Non ti voglio bene.
—E che vieni, a fare qui?
—Niente.