—Sai che vi è di nuovo? Chi non mi dà niente, non mangia: oggi, non mangi.
—Non mangio.
—Sei birbona come tua madre, la buon'anima.
—Se non ve ne andate, vi misuro lo zoccolo in fronte, ma'.
—Sei capace di tutto: ma tu, stasera, non mangi.
Difatti, poco dopo, Gesualda mandò Fortuna a chiamare il padre, allo stabilimento. E si misero tutti tre, intorno a un largo piatto di maccheroni. Vicenzella andava e veniva, preparando certe sue cose per la sera.
—Perché Vicenzella non mangia?—chiese il padre.
—Non ha fame,—disse brevemente Gesualda.
—Non ho fame,—disse Vicenzella.
E se ne uscì. Aveva riportato in casa tutti gli arnesi che le erano serviti per la vendita dei polipi e delle noci. Ora, al suo posto, aveva trasportato un piccolo braciere di creta, dove un fuocherello di carboncini ardeva: e sul fuocherello avea messo a cuocere le spighe di granturco. Con acuto e appetitoso odore le spighe si arrostivano e macchinalmente, con un ventaglio da un soldo, Vicenzella soffiava sul fuoco. Più che mai, ora, ficcava gli occhi nell'ombra, per vedere se colui che aspettava dalla mattina, spuntasse. Non badava ai golosi pescatori che venivano a comperare le spighe arrostite, due per un soldo, non badava alle parole di Maria Grazia, l'acquaiuola, che cenava con un soldo di spighe e le diceva di lasciarlo stare, Ciccillo. Ora, non aveva più pace e tutte le parole che aveva udite contro il suo innamorato, dalla mattina, le ritornavano in mente, cattive, crudeli.