Una comitiva di studenti che avevano fatta una scommessa, volevano delle spighe: essi avevano fatto cerchio, aspettando che si arrostissero, scherzando con Vicenzella, che li guardava senza rispondere, seriissima, quasi truce. Ma ad un tratto, una visione le passò fugacemente innanzi agli occhi: le parve di vedere in tram, Ciccillo, Ciccillo suo, accanto a una ragazza con lo scialletto nero e la frangetta bionda sulla fronte. E senza curarsi delle spighe che si abbruciavano, degli studenti che aspettavano, ella si mise a correre, dietro il tram, come una pazza, stringendo nella saccoccia il coltellino affilato con cui tagliava il polipo, la mattina. Ma il tram fuggiva: e i viandanti si fermavano a guardare questa popolana che lo inseguiva.

Quando arrivò alla piazza Vittoria, il tram era fermo, lasciando discendere i passeggieri.

Un giovanotto e una ragazza discesero; si tenevano per mano, andandosene per la grande via che la luna illuminava. Cauta, silenziosa, feroce, Vicenzella li seguiva: e spasimava, un vapor rosso la faceva delirare. Quelli andavano, lenti, stretti, come perduti d'amore. Ella non resse. Li raggiunse, li divise:

—Assassino, assassino!—urlò come una bestia ferita.

—Ebbene?—disse Ciccillo freddissimamente,—che c'è?

Ella non rispose, guardandolo con gli occhi stralunati.

—Vattene subito a casa tua,—comandò lui.

—Me ne vado, me ne vado subito,—singhiozzò lei, implorando.

LA VESTE DI SETA

(Madame la marquise)