—La signora sarà servita—disse la cameriera, senz'apparire lusingata dalla promessa, a cui teneva molto invece.
—Capisci, Cristina, che soltanto questa sera, io ho un po' di tempo, per questa rivista. Sono sola, non vado in teatro e dopo pranzo non verrà nessuna visita: speriamolo! Non vorrei esser disturbata in questa faccenda che è molto grave. Nel caso, farai dire che sono uscita…. debbo risolvere il mio grande affare e non voglio seccatori….
Tutta la giornata Emma Lieti non pensò che alla rivista della sera, con una sottile ansietà che aumentava il suo piacere. La frivolissima donna aveva sempre provato, da giovinetta, le più vivide sue gioie al contatto di un vestito, all'aspetto di un cappellino, innanzi a un mantello di forma originale: e la sua gioia ne domandava subito il possesso, tanto che ella aveva un numero strabocchevole di abiti, di cappelli, di mantelli e non desiderava altro che di aumentare questo numero, e il solo aprire una scatola, una cassa, un armadio le dava un sussulto di voluttà. Biondina, pallidina, non magra, anzi rotondetta, ella si facea rosea, toccando una stoffa, abbassando gli occhi sovra una vetrina, guardandosi in uno specchio, con una veste nuova. E le sue vesti erano sempre nuove: ella non aveva il tempo di affezionarsi a nessuna di esse, che la smetteva: le sue amiche povere, Cristina, tutte le famigliari di casa, ricevevano dei doni insperati e superiori alle loro aspirazioni: il guardaroba era sempre pieno zeppo di vesti, e ogni tanto Emma Lieti scrollava la testolina pensando che mai si sarebbe interamente disfatta dei suoi vestiti vecchi che aveva indossato quattro volte! Specialmente quelli da ballo che non si sciupano mai, restavano sospesi in lunga fila, nei loro sacelli di percalla, vedendosi solo il corpetto di stoffe delicate adorno di molli trine, col cordoncino raccolto in una matassata: ogni anno, altri vestiti da ballo venivano a raggiungere quelli antichi e la fila cresceva, cresceva. Giammai, schiudendo le grandi porte del guardaroba, guardando quei sacelli dove erano raccolti gli strascichi sontuosi sulle sottogonne ricche di merletti, Emma Lieti pensava di farsi un vestito di meno, di portare, magari rifatto, il vestito dell'anno prima. Questo, lei, giammai! Era nata frivola, prodiga, adoratrice di tutte le fallaci bellezze della moda, così morrebbe.
Ora, con quell'ordine dato a Cristina, Emma Lieti si era procurata una buona serata. Dopo aver pranzato nella gran sala da pranzo, adorna austeramente nello stile di Enrico II e a cui dava risalto un gran quadro d'animali di Rosa Bonheur, dopo aver preso il caffè, tutta sola, nel suo salottino personale dove una stoffa Pompadour alle pareti e sui mobili s'intonava così perfettamente con la sua bellezzina bionda e pallidetta, con la sua grazia un po' minuta, ella si levò e passò nel grande salone da ballo, bianco e oro, dove le laboriose e sapienti mani di Cristina avevano disposto tutti i vestiti di primavera e di estate dell'anno prima. Con quella preziosa cura che le assicurava il costante affetto dell'incostante Emma Lieti, Cristina vi aveva unito tutto, persino le scarpette da ballo estivo e da campagna, persino i costumi del bagno, persino il cappelletto delle escursioni in montagna. Ed entrando, per avere una impressione generale, Emma che era abbastanza miope, coi suoi occhi bigi e carezzevoli nel loro sguardo un po' vagante, non adoperò l'occhialino; ed ebbe un moto di piacevole stupore. Sette od otto candelabri accesi versavano la loro piena luce sui vestiti, sui mantelli, sui mille complementi della beltà femminile e tutto il salone era occupato, nella sua grandezza! Non credeva, non supponeva neppure di aver avuto e di aver cambiati tanti abiti l'anno prima, ed ebbe un senso di grazioso imbarazzo.
—Quanta roba!—mormorò, fra la giocondità e la preoccupazione.
—Ce n'è della buonissima,—soggiunse Cristina, che l'aveva seguita e che aveva sempre l'aria di dar consigli di saviezza.
—Vediamo,—disse Emma.
E schiuse l'occhialino stretto e lungo di tartaruga su cui, in cifre, di brillanti, vi era il suo motto, spagnuolo: Nada. Essa guardò intorno, pian piano, passando da un oggetto all'altro con una lentezza per lei piena di sapore. Giacchè i suoi vestiti, i suoi mantelli, i suoi cappelli, formando una così stretta parte, non solo con la sua persona, ma col suo cuore e con la sua anima, le riapparivano innanzi, non già come tanti metri di stoffa tagliati in una foggia più o meno bizzarra, ma comme lembi della sua esistenza. Il vestito delle corse, dell'anno prima, era di merletto nero ricamato di pisellini di seta azzurra, sovra una gonna di raso nero e con una gran cintura di seta azzurra: in quel giorno delle corse, ella si era sentita così giovane e così gaia, e aveva dato tanto volentieri delle primole azzurre a Massimo Dias che la corteggiava così strettamente, da due mesi. Quest'anno ella avrebbe avuto un altro vestito, molto chiaro, di un verde pallidissimo, una vera audacia, per una persona bionda: e Massimo Dias era partito, dall'autunno, per l'ambasciata di Pietroburgo, dove era addetto. Quel vestito di broccati lilla, corto, ma molto ricco, era servito, l'anno prima, per assistere al matrimonio di Giovannella Casacalenda, un matrimonio di convenienza, dove la sposa era così smorta e aveva pianto nelle braccia di Emma Lieti, mentre costei si commuoveva profondamente, a quelle lacrime: il vestito restava, testimone di un minuto intenso di fraterna tenerezza, mentre Giovannella Casacalenda, ora, presa la sua decisione, era una delle rivali di Emma Lieti, nel campo della moda, e delle conquiste di società. Oh, non si faceva vincere tanto facilmente la biondina dalle manine incantevoli e dai piedini deliziosi, la piccola donna dalla testa arruffata come quella di un uccello! Ognuna di quelle vesti, di primavera, di estate, costumi di lanetta inglese da mattino, leggieri abiti bianchi da passeggiate serotine, gonne e, giacchette da lawn-tennis, vestiti di merletti da visite di gala, costumi per andare in barchetta, col gran goletto aperto alla marinaia e il berretto bianco, abiti per camminare, per ballare, per salire sui monti, per fumare una sigaretta, sulla terrazza di una villa, tutti quanti, sfarzosi o eleganti, corretti o capricciosi, le rammentavano una conversazione, una figura, una parola di amore, qualche piccolo amore. Piccolissimo, anzi: come poteva andare d'accordo col cuoricino fallace di Emma Lieti, con la sua fantasia saltellante, con la mobilità invincibile del suo spirito. Un po'di tenerezza e un po' di flirt, ecco tutto. Poi, l'uomo partiva o la signora partiva: o egli era preso da una più viva passione, altrove, mentre ella si precipitava nervosamente in un altro capriccio, così tutto finiva, benissimo, e restava solo il vestito a ricordare che, in un meriggio sul mare, o in una sera stellata, qualcuno aveva detto all'orecchio di Emma Lieti le sacre parole dell'amore ed ella aveva udito queste parole ondeggiarle nell'anima trepidante! Un po' sorridente, ella aveva, con le sue piccole mani, raccolti insieme un vestito di seta cruda, un costumino di lana bigia e una mantellina di merletti e giaietti neri:
—Prendi,—aveva detto a Cristina,—sono tuoi.
—Grazie,—rispose la cameriera senza troppa espansione.