—Proprio impossibile….—soggiunse la frivolissima donnina, con una voce immensamente triste.

Era con quella veste di seta che Giovanni Serra, vedendola tutta bionda e gentile, tutta piccola e graziosa, tutta fine e giovanile, con un gran cappello di merletto crema, col vento che sollevava e gonfiava la molle stoffa, in quella veste le aveva dato, il più buono, il più onesto, il più innamorato de' suoi adoratori, le aveva dato il soprannome poetico e quasi fragile di madame la marquise. Dinnanzi al tessuto chiaro e morbido su cui si delineavano delicatamente i fiorellini rosei, Emma Lieti vedeva risorgere nella sua immaginazione la sola figura degna di uomo, incontrata, nella vita, quel Giovanni Serra dai fieri occhi d'un azzurro d'acciaio, dalla figura snella ed elegante, dai capelli che erano passati al castano: quel giovane adoratore così ardente, e così mite, così geloso e così indulgente, così austero per i terribili e continuati peccati di frivolezza che ella commetteva e così disposto irresistibilmente a perdonarglieli. La veste di seta dai tenui colori le rammentava quell'uomo che solo aveva osato rimproverarle l'infinita nullità della sua vita e la freddezza del suo piccolo cuore muliebre, e l'ipocrisia dei brevi amoretti, e la misera dispersione sentimentale della sua esistenza. La morbida veste abbandonata e sempre graziosa, su quella poltrona, le rammentava i suoi soli momenti di pentimento, la volontà, ahimè, fallace, di sottrarsi all'avidità, alla leggerezza, al capriccio. La veste esisteva, come cosa viva, come testimone quasi palpitante di un passato non lontano, ma la buona, tenera, austera voce, ecco, era taciuta per sempre e il piccolo mobile cuore era ricaduto nella frivolità e nella aridità, per sempre.

Eppure la cara piccola donna che portava così dolcemente il nome di madame la marquise aveva amato con sincerità e con profondità Giovanni Serra. Per un giorno soltanto, è vero: ma tutte le ventiquattr'ore erano state sue, di questo amante così giusto e così misericordioso, così appassionato e così leale. Per mesi e mesi, per un lungo volger di tempo, Giovanni Serra aveva amato invano, sentendo volta a volta la tenerezza, la pietà e il disgusto per quella creatura che nulla aveva di stabile e nulla di serio, in sè, per questa leggiadra donnina che aveva una volubilità disperante, per quest'anima senza forza e senza nobiltà: ma niente, niente aveva potuto distaccarlo da una immagine così seducente, da un fantasma così infinitamente caro. Paziente, amoroso, Giovanni Serra aspettava sempre che una grande ora venisse, un'ora trasformatrice che fondesse l'impuro metallo dell'anima di Emma Lieti e rigettandone le scorie, ne traesse il divino gioiello dell'amore; mentre la capricciosa donnina seguitava a cambiar vestiti, ad amoreggiare superficialmente, a flirtare, a mutar cappellini, mentre ella sorrideva e rideva di lui, chiamandolo l'homme qui attend. Una sublime speranza, certo, sosteneva il cuore di quell'uomo, giacché cento volte egli avrebbe dovuto ritrarsi, ributtato da quella civetteria vibrante e pur glaciale, da quell'abbandonarsi, anche di passaggio, a tutte le parole d'amore mormorato, da quell'impiccolirsi nel continuo variare di vesti, di foggie, di mode.

Nè questa sublime speranza era un inganno; poichè in un giorno inaspettato, impreveduto, madame la marquise fu quella che aveva per tanto tempo invocata e desiderata Giovanni Serra e in quel giorno ella lo amò, con tutto il suo cuore, con tutta sé stessa. Non più di un giorno: ma completamente, come per una vita intiera.

Sola nella gran luce del salone, Emma Lieti si chinò a toccare la veste di seta, quasi fosse un talismano. Ella portava quel vestito, nel gran giorno, quando egli era giunto alla Villa delle Rose, in un'alba di maggio. Ella gli era andata incontro nel viale tutto imperlato di' rugiada e vedendolo apparire, aveva sentito un sussulto ignoto: con gli occhi, Giovanni Serra le aveva domandato se eran soli: sorridendo, senza parlare, ella aveva risposto di sì: e sotto gli ontani verdi egli aveva abbracciata madame la marquise che rideva teneramente. Ah in quel momento, ella sentì che tutte le istorie amorose e appassionate non erano una fola di scrittori, come aveva sempre creduto. Per la giornata odorosa di maggio, nel giardino come alla campagna, nella casa magnifica, come in una capanna, ella restò attaccata a lui, con un abbandono della sua piccola persona al saldo braccio di colui che l'amava. Emma Lieti ebbe, negli occhi, nel sorriso, nella voce, negli atti, la manifestazione di un'anima tutta nuova e fresca, una bontà amorosa, una dolcezza amorosa, una fiducia amorosa, un'infinita tenerezza amorosa che giammai erano esistite in lei.

Quello che disse, quello che fece, ogni sua manifestazione portò il suggello divino che solo gli amanti riconoscono e che gli indifferenti invidiano: l'impronta indelebile della passione, unica e viva. Insieme, andarono lontani, nella campagna, e ella non temette di guastare le sue deliziose scarpette dalle fibbie antiche, né di impolverare le sue fini calze di seta donde traspariva il roseo del piede: madame la marquise rideva degli spini, della polvere, delle pietre, mentre il suo amante fremeva di gioia a quel riso e baciava la cara piccola donna sotto gli alberi frementi al ponente che veniva dal mare. Poi, le nuvole si addensarono un poco: il cielo si oscurò: essi, ridendo, amandosi, adorandosi, crearono un ricovero di una capanna dal tetto sfondato: ma ne uscirono subito, per correre sotto una grande quercia: pure, la pioggia li colse e tutta la veste di seta fu bagnata. Madame la marquise fu così lieta e così felice per quella pioggia che le rovinava la sua bella veste e batteva i suoi piedini in terra e il suo amante, in quell'ora, credette di morire d'amore!

Tutto un giorno, ella fu sua, come egli l'aveva sognata per anni e come ella non aveva mai supposto potesse essere, tanto si sentiva indegna e fallace e perversa. Ella fu nella sua massima bontà senza perfidie, nella massima sincerità senza ipocrisie, nel massimo abbandono senza restrizioni. Giovanni Serra vide, per ventiquattr'ore, nell'alba come nel meriggio, nel vespro come nella meravigliosa notte indimenticabile, una donna nata e germogliata come un magnifico fiore, per una intensa e breve ebbrezza. Quello che vi è di amore in un lungo spazio di tempo e in cento cuori diversi fu raccolto, dalla volontà del destino, in una sola coppa, perchè egli conoscesse di non aver vissuto e di non aver amato invano. La piccola bionda pallida e fine ebbe tutte le bellezze ed ebbe tutte le grazie, senza che mai una sola traccia dell'antica donna deturpasse la divina immagine di quelle ventiquattr'ore. Ah ella ricordava, madame la marquise, di aver ricondotto l'amante suo, nell'alba seguente, dieci volte in capo al viale rorido, donde egli doveva partire, e di avergli dieci volte, trattenendolo, ripetuto le parole di Giulietta, di averlo dieci volte scongiurato di restare, mentre egli partiva, pallido, col cuore schiantato: poichè ella giurava di amarlo sino alla morte, ma l'uomo intendeva che tutto era finito.

* * * * *

Ardevano i candelabri del salone. Crollata in terra, col capo perduto nelle pieghe della veste di seta, con le braccia prosciolte, madame la marquise piangeva, macchiando di lacrime la molle stoffa già bagnata dalla pioggia, nella gran giornata. Ella piangeva, inutilmente.

LA VESTE DI CRESPO