Lo trovarono insieme, questo nome. Nelle sere di estate, presso la terrazza carica di gelsomini odoranti, essi avevano letto l'una accanto all'altro, con le teste che si toccavano, il libro di Pierre Loti: Japoneries d'automne. Era anche un ufficiale di marina, lo scrittore, e aveva lasciato nella patria delle persone care, eppure aveva amato il paese delle donne piccoline, degli uomini gialletti e delle casette che sì chiudono e si aprono come uno scatolino di domino. E il libro era anche così triste, poichè le due nostalgie vi formavano un insieme di tristezza; e Luisa e Paolo, talvolta, si fermavano, guardandosi, colpiti dalla medesima malinconia. Si amavano un poco, ambedue: ma non lo dicevano e ciò sembrava loro anche più delizioso, in quella libertà e in quella solitudine. E lessero anche l'altro libro giapponese di Loti: Madame Crysanthème, una storia di amore lontano, fine e malinconico, di una malinconia così sottile e così penetrante che Luisa e Paolo vollero rileggerlo, la seconda volta. E subito, vedendo che molti nomi di donnine giapponesi corrispondono a dei fiori, Luisa Cima trovò subito il suo: madame Héliotrope. Il fiorellino di così chiaro viola, di un profumo carezzevole nella sua acutezza, l'eliotropio, fu il suo fiore: ed ella non firmò altrimenti, e non volle che altrimenti la si chiamasse che col nome di Madame Héliotrope. Pure, a sentirselo dare da Paolo Collemagno, ella era presa, immediatamente, da una tristezza e mormorava, in quel francese che era stato sempre la sua lingua prediletta e che rimaneva prediletta:
—Pauvre madame Héliotrope!
Ora, accadde che Paolo Collemagno era diventato molto innamorato di lei e che, non potendo più tacerlo, glielo aveva detto: ell'aveva ascoltato questa confessione di un sentimento che già conosceva, con un misto di allegria e di mestizia. Anche ella era innamorata di Collemagno, ora più di prima. Prima, prima, quando eran giovanissimi ambedue, ella non aveva ceduto alla nascente simpatia, perchè un fidanzato o un marito che doveva partire spesso, che dovea rimaner lontano molto tempo, non le andava. Glielo aveva anche detto. O tutto o niente, in amore, come nelle altre cose della vita: ed egli si era rassegnato, tanto più che l'inclinazione non era ancora vivace, tanto più che egli adorava la sua carriera. Luisa Cima si era anche maritata, in un minuto di frenesia, con qualcuno che le pareva un uomo d'immenso talento nella politica, poichè ella, allora, non fremeva e non vibrava che per la politica. Aveva egli sofferto, colui che viaggiava nei mari lontani, quando lesse, in qualche giornale, la novella di quel matrimonio? Chi sa! Egli aveva chiesto ed ottenuto dei lunghi imbarchi, mentre, dopo tre o quattr'anni, il qualunque uomo politico di Luisa Cima moriva, a Roma, in tre giorni, colpito e atterrato da una di quelle febbri mortali; e Luisa Cima che era stata una moglie stravagantissima ma fedele, era una vedova dedita a una quantità di originalità consecutive, ma senz'amanti. Lentamente, ad ogni ritorno, le relazioni fra Paolo Collemagno e Luisa Cima si erano riannodate, e solo adesso, non più giovanissimi entrambi, egli le aveva parlato di amore con vivacità, con ardore. Anche essa lo amava; sorrideva, mostrando i suoi denti bianchi, dicendoglielo, ma i suoi occhi erano pieni di lacrime:
—Cher Paul, madame Héliotrope vous adore….—gli diceva, nel suo preferito francese dove aveva meno timidità a parlare di amore.
Ebbene, ella strinse con Paolo Collemagno uno stranissimo patto, senza il quale ella non avrebbe mai consentito ad amarlo. Aveva letto nel romanzo di Loti Madame Crysanthème di quelle unioni coniugali, che gli ufficiali di marina celebrano con qualcuna di quelle donnine dai piccoli occhi sorpresi e dai piccoli piedi che non sanno camminare, e che durano tutto il tempo della loro dimora a Nagasaki o a Yokohama: dopo, la nave da guerra riceve l'ordine di partire, gli sposi si separano, per non rivedersi mai più, senza lacrime e senza sospiri. Non è questo il fondamento del romanzo di Loti, di un sapore così orientalmente mesto? Metà scherzando, metà sul serio, ella propose la medesima cosa a Paolo Collemagno, come se si trovassero laggiù, in una di quelle minuscole case di legno bianco, il cui solo ornamento è una stuoia intrecciata e una scatola di té; metà sul serio, metà scherzando, egli disse di no, ella non era mica una minuta e vezzosa e leziosa giapponesina, da prenderla e lasciarla dopo sei mesi; e subito, molto sul serio, ella andò in collera, dichiarando che non se ne faceva niente. Ella si sentiva madame Héliotrope sino alla punta delle unghie: e voleva esser come quelle: se no, no. D'altronde—e qui egli intese che vi era di segreto spasimo, in quel patto—ella non voleva legarsi per sempre a un uomo che doveva partire, che doveva restare lontano. Meglio prendere l'amore in ischerzo, allora, come al Giappone; meglio combinare un piccolo romanzo senza seguito. Così, più tardi, quando l'ordine di imbarcarsi sarebbe venuto, non avrebbero sofferto nè l'uno nè l'altra e ognuno avrebbe serbato un dolce ricordo.
Ahimè, egli fu debole e consentì, poichè l'amava moltissimo, poichè l'aveva sempre amata, nel fondo dell'anima, e aveva sognato solo di lei, nei lunghi anni di viaggio! Egli fu debole perchè l'adorava e perchè ella era irresistibilmente adorabile, e perchè, infine, egli si sentiva amato. Qual uomo, di fronte al compenso supremo, non accetta qualunque patto, col segreto desiderio, con la segreta speranza che il patto; per il destino, per la volontà istessa dell'amata, non si mantenga? Egli accettò l'amore come glielo offriva la deliziosa madame Héliotrope avvolta nella sua veste di crespo di un azzurro scolorito, coi suoi bei capelli neri rialzati a larghe e lucidissime treccie fermate da spilloni a farfalla: egli l'amava troppo, per non accettare tutto, dalla diletta donna.
Quanto tempo trascorse, così, nella casa dove l'arte dell'Estremo Oriente creava a colui che vi aveva viaggiato, tutto un sogno, tutta una visione lontanissima? Del tempo. Luisa Cima tenne lei, meglio, il patto, poichè ella amò con maggior convinzione e con maggior profondità, forse. Gli è che Paolo Collemagno, innamoratissimo come era di madame Héliotrope, non temeva la sua partenza. Egli sapeva che il patto di lasciarsi, di dividersi per sempre, senza che nè una lettera nè una notizia dell'altro arrivasse mai all'orecchio dell'una, non poteva esser mantenuto: egli sapeva che avrebbe sempre amato la sua prima ed ultima amica, da vicino o da lontano, e che sarebbe ritornato a lei, con tutto l'ardore represso nel cuore, più tardi e sempre. Non così madame Héliotrope! Ella pareva perfettamente convinta che la loro unione temporanea sarebbe finita fra non molto per non riannodarsi più, mai più; ella si prodigava tanto e parlava del suo avvenire senza Paolo, con una perfetta disinvoltura. L'amante sorrideva e lasciava l'amata al suo gentile e ostinato capriccio. Quando due si amano, nulla li divide, neppure la loro volontà: e il patto sarebbe caduto. Così, madame Héliotrope era più ardente, più appassionata, più intiera, nell'amore che doveva avere una tanto breve scadenza: mentre Paolo Collemagno amava meno, sapendo, di dover amar sempre.
E l'annunzio della partenza fra un mese, fu accolto da madame Héliotrope con un pallore mortale, quasi la vita le fosse venuta a mancare: mentre Paolo Collemagno, benchè triste, era rianimato da una speranza costante e invincibile. In quel mese cette pauvre madame Héliotrope, come si chiamava da sè Luisa Cima, fu di una dolcezza snervante, di una vivacità nevrotica, di un languore dolente e tetro, dove si riflettevano le alternative di un'anima che soffriva nella sua essenza più intima. Pallida nella sua veste di crespo azzurro pallido come lei, ella restava le giornate intiere accanto a Paolo Collemagno, senza parlargli, tenendogli la mano, fumando qualche sigaretta oppiata per calmare i suoi nervi, dicendogli di tacere ogni volta che apriva la bocca. Egli voleva parlarle d'amore, dirle che quel patto non sussisteva, che egli l'avrebbe portata con sè, l'immagine cara, lontano lontano, che sarebbe ritornato a lei, più innamorato di prima, giacchè egli l'amava per la vita e per la morte: ma appena egli cominciava questo discorso, ella si turbava talmente, che Paolo non osava continuare. Dei due, ella affettava una tristissima gaiezza, o una forzata indifferenza, o una glacialità tetra; mentre egli aveva la tristezza semplice di chi soffre, ma non è senza speranza. Madame Héliotrope tenne la sua parola. Ella non pianse e non sospirò: ma il suo pallore faceva paura, nella sua bizzarra veste di crespo che pendeva come un cencio, sul corpo abbandonato: e le povere braccia appena ebbero forza di sollevarsi dalle grandi maniche, per l'ultimo abbraccio.
—Fini, l'amour—ella balbettò, mentre egli spariva.
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