Il viaggio della corazzata dove era imbarcato Paolo Collemagno durò più di quello che egli credesse: ma in tutte le ore di pace, in tutte le ore di raccoglimento, egli pensava alla diletta donna, lasciata nella patria. Il viaggio si prolungò, molto. Che importa? L'uomo era innamorato e fedele e il patto non poteva sussistere. Non le scriveva, perchè ella non aveva voluto; ma l'amava, con tutta l'anima. Non aveva sue notizie, giacchè ella non voleva dargliene: ma l'avrebbe ritrovata al ritorno! Pure, fu un viaggio così lungo! A San Paolo, egli ebbe notizie. La letterina, scritta da una mano morente, sovra tenace carta giapponese, diceva: Cher Paul, cher Paul, cette pauvre madame Héliotrope se meurt de vous….
UN SUICIDIO
(Julian Sorel).
Egli saliva, lentamente, per via Nazionale, movendo i passi con fatica: e sul bel volto pallido, consumato, disfatto, vi era l'espressione di una mortale stanchezza. Andava con gli occhi bassi e le mani prosciolte lungo la persona, urtato, sospinto dalla gente che camminava in fretta ed egli pareva che nulla vedesse, nulla sentisse: solo, ogni tanto, squillava, passando, la cornetta del tram che ascende da piazza Venezia a Termini, e Julian Sorel sussultava a quel suono acuto, si voltava, si fermava e fissava coi suoi occhi smorti e dolorosamente stanchi il carrozzone, che traballava sulle ruotaie con un sordo fragore. Poi, Julian Sorel riprendeva la sua strada, sempre più lentamente, fermandosi a guardare le vetrine delle botteghe, i cui cristalli erano appannati dalla pesante umidità di quella mattinata di marzo: ma i suoi occhi avevano l'atonia, la stupefazione fredda di chi non vede. Pure, restò varii minuti dinnanzi a una mostra di giocattoli, guardando una fila di bambole dai capelli biondi come la stoppa, dagli occhi più azzurri di qualunque azzurro cielo, dalle guancie più rosee di qualunque rosa: bambole in camicia merlettata, o sontuosamente vestite di raso e di velluto, bambole impellicciate come grandi dame russe, bambole col loro corredo e con i loro mobili. Una nube di pianto venne a velare gli occhi aridi di Julian Sorel, innanzi a quella biondezza tutta ricca di stoffe, innanzi a quelle creature rosee cariche di adornamenti di lusso: ed egli dovette appoggiarsi allo stipite della bottega, per non cadere. Se ne staccò, più affranto di prima. Ma per quanto il suo passo fosse quello di chi non ha forza di raggiungere la meta o teme di raggiungerla, egli giunse all'angolo di via Torino, dove doveva voltare: si fermò, restò immobile, quasi incapace di giungere fino al bigio villino, che già si vedeva, fra la sottile fascia di verdi alberi che lo circondavano. Adesso, una espressione di spavento si era unita, sulla sua faccia, alla profonda stanchezza che ne trapelava: il grazioso villino sorgente fra i rami che cominciavano a fiorire, gli faceva paura. Fu in preda a mille esitazioni che egli attraversò quel breve spazio di strada; la sua mano, pigiando il bottone bianco del campanello elettrico, tremava. Un cameriere, ancora in giacchetta da mattina e con un grembiule di cotonina azzurra davanti, gli venne ad aprire:
—La signora dorme ancora?—chiese Julian Sorel, con una debole voce infranta, sperando tristemente di avere una risposta affermativa.
—No, Eccellenza: ha già chiamato da un'ora.
Gli aveva dato, è vero, dell'eccellenza, quel cameriere, ma lo aveva guardato con tanta freddezza disinvolta, si era avviato innanzi con tanta indifferenza, senza guardare neppure se Julian Sorel lo seguisse, che costui fremette di dolore, cogliendo subito con la sua sensibilità malata quella sfumatura di disprezzo, in quel servo. Julian Sorel aveva attraversato una grande anticamera e due salotti, ammobiliati col lusso più autentico, più austero, e più artistico e si era fermato nel hall, nel salone-serra, tutto coperto a cristalli e velato da sottili ma impenetrabili tende di garza orientale, tutto pieno delle piante più rare e dei mobili più ricchi e più bizzarri, distese sul pavimento le più morbide pelli e sorgenti da ogni vaso di rara porcellana di Delft o di Cina i fiori più esotici. L'aria vi era riscaldata, tiepida: e un assai strano e inebriante profumo era in quell'aria. Seduto in una poltrona di bambù, con i gomiti appuntati sulle ginocchia e il mento appoggiato alle mani, egli si abbandonava, direi, a tutto il suo accasciamento, senza levare il capo, senz'udire neppure il lievissimo passo di Gwendaline Harris; e la bionda e snella donna gli era avanti, lo fissava coi suoi freddi e brillanti occhi azzurri, più azzurri di qualunque cielo, passando le dita rosee e sottili nella piuma bianca volitante onde era guarnita la sua vestaglia di lana bianca, tutta ricamata di argento come una stola.
—Dunque?—chiese la voce fresca e nitida della donna.
—Oh Gwendaline….—egli mormorò diventando più pallido ancora, non reggendo a sostenere lo sguardo di quei glaciali occhi azzurri.
Ella si sdraiò, tutta bianca, in un divano di riposo bianco, coperto di cuscini di seta bianca così molli che vi affondò. Si vedevano i due piedini calzati di pianelle di velluto bianco con l'orlo di piuma e di calze sottilissime di seta nera, sottilmente ricamate di argento. La massa dei capelli biondi era sostenuta da un gran pettine, tutto seminato di minute perle, e due grosse perle bianchissime le pendeano dalle orecchie. Ella giuocava coi fili delle piume, pian piano, come un uccellino che liscia le sue piume. Il roseo della sua candidissima pelle era più veramente roseo di qualunque rosa.