—Non dico nulla….—balbettò la debolissima creatura.
—Lo dici. Hai torto. Facciamo il nostro bilancio, poichè non dobbiamo vederci più. Tu, che hai voluto da me?
—Che mi volessi bene, che io potessi essere il tuo amante, il tuo amico, il tuo servo….
—E io che ti ho chiesto?
—Niente.
—E tu mi hai dato tutto, per farti amare o perchè io fingessi di amarti. Ecco il bilancio. Ora io, per farti vedere che non sono crudele, non posso darti che un solo savio consiglio: ucciditi. Avevi una fortuna, non l'hai più; avevi un'amante, non l'hai più; avevi un onore, esso è naufragato: sei un'anima fine e molle, un temperamento sensibile e debole, un cuore tenero e sentimentale e hai, insieme, un bisogno di godere, di esser felice, che è il tuo maggior bisogno; non puoi, dunque, combattere contro la miseria, contro l'abbandono, contro il disonore. Ucciditi, ucciditi, non ti puoi salvare diversamente. A che vivresti? Chi si uccide, paga i suoi debiti: chi si uccide, non ha più bisogno nè di onore, nè di amore, nè di denaro: chi si uccide, conquista la pace suprema. Non hai più nulla da fare, nel mondo; vattene via, nella fossa comune, ivi non sono creditori, nè appariscono più i divini e dannati occhi azzurri che furono la causa della tua morte.
Lampeggiarono, gli azzurri occhi, a queste ultime parole. Julian Sorel li guardava e ne beveva il veleno di morte, Julian Sorel udiva la chiara e ferale voce e ne sentiva, al cuore, le mortali, le lugubri vibrazioni.
—Sono due mesi che ho deciso di uccidermi, quando non vi fosse più rimedio,—egli disse, fiocamente.
—Hai aspettato troppo: va, va a buttarti nel Tevere,—diss'ella, guardandolo, ipnotizzandolo, dandogli la suggestione dell'amore, del dolore, del terrore.
—Vado,—disse Julian Sorel e si levò.