—Passa via,—gli disse costui sgarbatamente.
Il lurido cane si fermò un minuto: poi, ricominciò a seguire Julian
Sorel.
—Passa via,—e gli diede un calcio.
Il povero cane prese il calcio in una spalla e guaì dolorosamente: ma sempre guardando Julian Sorel, lo seguì ancora. Quello si fermò, turbato assai. Perchè lo seguiva, quel cane, così ostinatamente, anche dopo essere stato battuto? Perchè lo guardava con quegli occhi che parevano umani, tanto esprimevano la pietà e il dolore?
—Sarà un cane perduto e affamato e cerca un padrone,—egli pensò, mentre stava fermo a contemplare quella bestia singolare.
Anche il cane si era fermato: e teneva il capo basso aspettando.
—Va via, va via,—gli disse Julian Sorel,—io ho da morire.
La bestia levò il capo e guardò, con quegli occhi di animale caritatevole, povero e dolente. Tutta l'anima di Julian Sorel tremò, di sgomento, di stupore. Ma chi, chi lo guardava, in quel tenero sguardo animalesco, quale novella ossessione di pietà veniva a dargli un ultimo dolore, un dolore fatto di tenerezza umile, di struggimento amarissimo e dolcissimo?
—Ho da morire, ho da morire,—egli disse, parlando a quella bestia come a un uomo,—sarò più felice morto.
E si avviò, di nuovo, verso Ponte Molle, reprimendo tutte le lagrime di una ignota tristezza che gli salivano agli occhi, reprimendo l'acutezza di un misterioso rimpianto. Il cane lo seguiva, passo passo: e Julian Sorel lo udiva, dietro a sè, camminare fedelmente, sudicio fino alla nausea, brutto fino al disgusto, mezzo morto dalla fame e dalla fatica, ma deciso a seguirlo, fin dove voleva andare l'uomo che andava alla morte. In preda a un invincibile turbamento, fra una bizzarra novella disperazione e fra un bizzarro disfacimento di tutta la sua volontà, Julian Sorel fremeva, udendo quel passo di animale, vigile, quasi inflessibile nella sua affettuosa persecuzione: avrebbe voluto fermarsi, batterlo, buttargli delle pietre, ucciderlo a calci nel ventre, ma l'idea di affrontare quei teneri occhi canini così impregnati di umana pietà, lo spauriva. Ah certo, certo, qualcuno lo guardava per quegli occhi! Non osava fissarli, quegli occhi di animale quasi che essi gli parlassero di tutte le bontà umane che egli aveva disdegnate, di tutte le sofferenze umane che egli aveva disprezzate, di tutte le umane lacrime che per lui erano scorse invano: non osava fissarli, quasi che vi si trovasse, in essi, il rimprovero ignoto, mistico e austero che fa la Vita a chi non seppe conoscerla e non seppe, quindi, meritarla. Chi lo guardava, per quegli occhi così profondi di compassione, chi piangeva ancora, su lui, sulla esistenza di bruto capriccioso e gaudente che egli aveva vissuta, chi piangeva su quella nobile anima trascinata nella vergogna da un amore impuro? Ah quella bestia non se ne voleva andare, lo seguiva, lo seguiva sino al suo ultimo passo, nessuna forza umana avrebbe potuto liberarlo da quella compagnia.