—Venga, dunque, a vedermi morire,—egli pensò.

Ma a Ponte Molle incontrarono tre carretti di pozzolana che venivano lentamente verso Roma, al fischio malinconico dei burberi carrettieri: e verso Tor di Quinto parve a Julian Sorel che il paesaggio fosse troppo largo, troppo aperto per uccidersi, buttandosi nel fiume. Meglio la grande e sinuosa via di porta Angelica, che costeggia, sotto i grandi alberi, il vasto fiume giallo pieno di gorghi e i prati alla Farnesina.

Sarebbe disceso sulla proda e tacitamente, cadendo più che buttandosi, senza nessun rumore, sarebbe morto nel profondo e truce fiume. Ma il cane era dietro a lui, lambendogli le gambe, ma il cane avrebbe latrato vedendolo cadere nel fiume, ma il cane si sarebbe forse buttato nel fiume per salvarlo, ma il cane non voleva che egli morisse, ecco l'idea terribile sorta nello sconvolto cervello di Julian Sorel. Ed allora, quasi che quello sconosciuto animale fosse un uomo, quasi che egli potesse intendere, tutto, Julian Sorel, nella via deserta e fangosa, sotto i grandi alberi neri e nudi, innanzi a vasto e giallo fiume, gli gridò, desolatamente:

—Io debbo morire, io debbo morire, ho duecentosettantamila lire di debiti e non posso pagare, debbo morire, lasciami morire….

La povera bestia, sordida e laida, guardava Julian Sorel, cogli occhi spiranti pietà, come velati dalle lacrime: non una voce, non un passo per la campagna ampia e fumante umidità dal fango dei campi: non una voce, non una barca, sul largo fiume dai gorghi esiziali: soli, quell'uomo e quel cane. Quello sguardo! Non diceva forse, a Julian Sorel, quell'umile sguardo d'animale che la morte non salva dal disonore, che è più onesto vivere scontando la pena del grande errore anzi che rifugiarsi nella tomba? Chi, chi, glielo diceva, in quegli occhi e nella sua coscienza? Tutti i suoi che erano morti, alla loro ora, quietamente, toccati dal destino, ma onorati, ma ridenti di esser rimpianti, glielo dicevano, forse, in quegli occhi: tutti quelli che lo avevano amato e che erano lontani, e che non potevano salvarlo, adesso: tutti coloro che egli aveva amato, nell'infanzia, nella giovinezza, dieci anni, un giorno, un'ora, costoro, forse, o le loro ombre amate, o le loro lontanissime tenere voci o i loro occhi buoni che lo volevan salvare, o le loro mani carezzevoli che lo volevan trattenere: costoro, in quello sguardo! Vinto da una immensa debolezza, Julian Sorel si lasciò andare sulla proda arenosa del fiume, nascondendo la faccia nella umida arena, con le braccia aperte, singultando lievemente, ogni tanto, ma senza piangere. Il cane si era seduto accanto a lui, aveva posato il muso infangato sulle sporche e scarne zampe: e per tutto quel tempo in cui Julian Sorel giacque, lungo disteso, nella fatalità della Vita e della Morte che si combattevano la loro preda, la povera bestia non si mosse, tenendo fissi i suoi occhi sull'uomo che spasimava. Spasimava la debolissima creatura che aveva sempre vissuto pel sorriso del minuto, senza volontà, senza fede, senza bontà: spasimava, l'anima fiacca, l'anima vinta, l'anima immeschinita dalle piccole idee e dagli impuri desiderii: spasimava la creatura che aveva gittato via la parte nobile di sè, e che temeva il castigo, e che voleva fuggire il castigo: spasimava! Correvano le acque torbide del fiume micidiale che avean portato alla deriva tanti cadaveri; taceva la feral campagna romana immobile sotto l'umido fiato maligno del marzo; cadeva il giorno. Il cane, pian piano, lambì la mano aperta di Julian Sorel: quella carezza indistinta fu come un soffio, come una voce, come una parola, fu come l'apparizione di un fantasma. Il corpo dell'uomo disteso ebbe un gran sussulto, e il cuore, veramente, gli si franse nella tenerezza, nel pentimento, nella pietà, nel desiderio dell'umano e del divino castigo. Poi, nel crepuscolo gelido, tornò verso Roma, lentamente: fra la via Angelica e la via Trionfale, il cane disparve, nell'ombra, e Julian Sorel continuò la sua strada verso Roma, verso il castigo.

IL CONVEGNO

(La piccola Maria).

I.

Due o tre volte, durante il pranzo, Paolo, guardando gli occhi dolci e maliziosi della sua ospite mentre essa lo guardava, aveva avuto un subitaneo moto di stupore, immediatamente represso. Gli era parso di rivedere gli occhi di Maria nella loro perfida dolcezza e nella loro trionfale malizia. Ma la cortese signora ospite si rivolgeva agli altri suoi convitati e i suoi occhi mutavano di espressione, si facevano pensosi, o schiettamente ridenti, o serenamente indifferenti nella gentilezza esteriore: e Paolo rientrava in sè, fuggito il lieve e pure sorprendente inganno. Tre volte, egli ebbe la illusione che gli occhi di Maria gli fossero riapparsi: e alla terza volta, nel salone dove si conversava, dopo il pranzo, lo scintillìo di quello sguardo fu così teneramente dolce e così vividamente malizioso, che egli non resistette e attraversò la sala, per raggiungere l'amabile donna che l'ospitava, non sapendo bene quello che le avrebbe detto, nell'intimo turbamento che lo aveva invaso. Quando le fu vicino, tutto era finito: gli occhi della signora avevano assunto un'aria placida e lo sguardo aveva una limpidità dove l'anima mite della donna si rivelava. Nulla più: si era ingannato. Restò ancora qualche tempo, muto, lasciando discorrere gli altri, aspettando come una riapparizione. Ma non vi fu: si era perfettamente ingannato. Prese commiato, con quel suo fare rispettoso ma distratto, con quella attitudine di uomo che, assorbito da un'idea, non perde mai l'equilibrio della gentilezza. Un amico che andava via, anche lui, lo voleva condurre a teatro: si rifiutò di andarci. Si separarono sul portone, in piazza Vittoria. L'amico risalì per la via di Chiaia: Paolo se ne andò per via Caracciolo, camminando piano. Nel tempo in cui Maria lo amava, erano andati spesso, molto spesso, per quella strada che, nelle ombre della notte, è cara agli amanti poetici e appassionati. Si erano anche baciati, nell'intervallo di penombra fra un lampione e un altro: ella, non lasciando il suo braccio a cui si legava, incrociando le manine lunghette e magrette, levandosi in punta di piedi, poichè era molto piccola, per arrivare colle molli labbra un po' pallidine, sino alle labbra di lui. Talvolta, mentre il doganiere si allontanava, sorvegliando la banchina contro i contrabbandieri, ma non contro gli amanti, Paolo si voltava, si chinava un po' e lievemente baciava i capelli di Maria, nerissimi, così morbidi, così fini, così lucidi che sembravano bagnati. Per una consuetudine triste, ora che Maria non lo amava più, egli aveva preso la nota strada, fermandosi ogni tanto, con gli occhi chini a terra, ricordando ancora qualche episodio brevissimo, di un nonnulla, ma che nell'anima dell'amante abbandonato assumeva una grande importanza. Egli non guardava punto il mare: si rammentava che ella aveva avuto sempre una seria antipatia pel mare, di piccola persona paurosa e freddolosa, e che aveva finito per ispirargliela, a lui, uomo, forte e coraggioso. Maria era scomparsa: ma in lui era restato tutto quello che ella ci aveva voluto mettere.

Verso l'angolo del Chiatamone, egli ebbe uno schianto. Una coppia di amanti scendeva dalla più popolosa via di Santa Lucia e veniva verso le care ombre di via Caracciolo. Dovevano essere una sartina e uno studente: non si tenevano a braccetto, ma per mano, con le dita intrecciate, giovenilmente. Un po' intimiditi dalla presenza di Paolo, essi si lasciarono, camminarono pian piano, come due passeggiatori quieti e freddi, discorrendo semplicemente: ed egli, guardando la donna, sotto la luce del lampione non vide che il pallore del suo volto e trasalì dolorosamente. Maria era pallidissima, come se mai una goccia di sangue fosse venuta ad animare quella carnagione: proprio esangue. Quante volte, nell'amore più alto di temperatura, nelle loro grandi giornate, egli si era sgomentato, così, di quel volto esangue che nessuna emozione di tenerezza, di entusiasmo, di languore coloriva, giammai! Il bacio più impetuoso rendeva più pallido il posto dove le labbra lo mettevano, sul viso esangue: e un morso vi poteva lasciare un livido, mai mettervi un rossore. Egli si voltò, mentre i due amanti allontanatisi ridevano fra loro: di lui, certo. Egli aveva sempre riso degli uomini che incontrava, in quelle sere, quando Maria lo amava.