Così questa giovane miss inglese viveva singolarmente, in Italia, a Sorrento, in un albergo, dove aveva bisogno di sedie fatte apposta, di letto fatto apposta, tutto vasto, tutto solido. Pranzava nella sua stanza, sola; leggicchiava storie d'amore che non la riguardavano e versi che nessuno mai le avrebbe mormorati; canticchiava ritornelli amorosi; dipingeva all'acquerello qualche veduta di Sorrento; sempre sola. Non scriveva mai, perchè non doveva scrivere a nessuno e perchè scrivere le faceva venire l'affanno. Non cuciva nè ricamava perchè era inutile. Non piangeva perchè non aveva per chi piangere; non rideva, perchè il suo destino era di far ridere.
Questa miss Geraldina Fitz-Gèrald di Gèrald Castle nel Somerset, morì a trentaquattro anni, dopo due anni di una crescente malattia di cuore, che le toglieva il respiro. È la malattia dei grassi. Di rossa divenne gialla; invece di dimagrare si gonfiò tutta. Nell'albergo dove morì, dovettero ordinare una cassa grandissima per chiudervela dentro. Io l'ho vista questa morta. Sulla larga faccia, simile a quella di certi angioloni di marmo diventati gialli col tempo, sulla larga faccia bonaria stava il rancore doloroso di un essere innocente, inoffensivo, colpito da una grande ingiustizia.
IL SEGRETO.
(Cariclea).
Nella camera chiusa, in quelle giornate di agosto, si soffocava; al mattino vi ronzavano pesantemente le mosche, attirate dalla zuccheriera scoperta sul comodino, dal bicchiere di aranciata, dallo sciroppo di codeina che stillava dal collo di una bottiglina e dall'odor grave di malattia che era nell'aria. Esse si posavano sul volto bruno dell'ammalata, dai pomelli arrossati, mentre ella dormiva, gittata in quei torpori profondi che sono il preludio della morte: il figliuolo invano le scacciava con un ventaglio, esse ritornavano a posarsi su quelle labbra semiaperte da cui sfuggiva breve, rôco, rantoloso, il respiro. Di sera non si poteva aprire la finestra, non un filo d'aria entrava ad agitare la fiammella diritta; di sera, vampe di calore, fra cui mettevano una nota acuta l'acqua di finocchio e il catrame distillato, salivano al cervello di Pietro, il figliuolo che vegliava sua madre. Il silenzio della camera era rotto dal rantolo cupo o dal fischio sottile di quei polmoni agonizzanti; era rotto dallo scoppio di quella tosse dura, insistente.
Egli vegliava, tenendo lo sguardo fisso, immoto, sulla faccia di sua madre. Pareva volesse scolpirsi in mente quel volto affilato, diminuito dal male, volto di cui già alcune linee erano diventate immobili. Egli sapeva che la madre moriva; lo sapeva, e l'anima sua lo mormorava a sè stessa, quasi per convincersene. Non una lagrima saliva agli occhi riarsi di quel figlio, non un singulto lacerava il petto di quel figlio. Era stupefatto. Egli viveva, quasi pietrificato, in quella stanza, andando, venendo, porgendo le medicine, porgendo da bere, accomodando i cuscini, aiutandola a sollevarsi. Viveva come un sonnambulo, con gli occhi spalancati e fissi, prestando tutte le cure più affettuose e più umili, lentamente ma carezzevolmente, meglio di una donna, senza parlare. Non si scuoteva, non trasaliva, avendo costretto all'indifferenza il proprio viso; solo quando la tosse si faceva sentire, egli impallidiva lievemente e voltava la testa in là. Mentre la madre giaceva in quei torpori che lo spaventavano, peggiori della veglia, egli pensava. Che madre era stata quella per lui! Per lui quella era la madre delle madri, era stata l'amor materno come idea fissa, l'amor materno come follia. Dalla nascita fino a quelle ultime giornate, così monotonamente disperate, non si erano lasciati mai un minuto, madre e figlio. Aveva dormito fino a dieci anni nel letto della madre, con la testa appoggiata sul petto di lei; dopo, nella stessa stanza; dopo, nella stanza accanto, con la porta aperta, parlandosi. Ella lo aveva salvato da tutte le terribili malattie d'infanzia, pregandogli la vita con la voce, comunicandogli la vita con lo sguardo magnetico, soffiandogli la vita col respiro; aveva preso da lui una volta il vaiuolo, una volta il tifo. Ma essa si ammalava pel figlio e guariva pel figlio. Ella lo conduceva a scuola, sotto la pioggia; ella veniva a riprenderlo. A casa studiavano insieme le lezioni e lei si stillava il cervello come lui sui problemi di aritmetica. Pietro era impertinente, nervoso; la madre lo sgridava, poi piangeva, e lui scoppiava in lagrime. Andavano insieme a passeggiare, Pietro bello ed elegante, cogli abitini che ella gli cuciva, lei dimessa e sorridente. Parlavano insieme lungamente, nei tramonti estivi, il figlio abbracciato alla madre, guancia a guancia; ella gli diceva con la voce bassa dove mormoravano le note dell'intimità, tutto quello che vi è di bello e di brutto nella vita. Il figlio ascoltava, senza rispondere; poi con la mano accarezzava la faccia della mamma e talvolta la trovava bagnata di lagrime. La mamma non gli parlava mai di sè, mai del proprio passato, mai della propria vita; gli parlava di lui, dell'avvenire. Talvolta, più grandetto, egli domandava:
—Dimmi di te, mamma buona.
—No; non serve,—rispondeva lei brevemente, mentre un'onda di pallore le saliva al viso.
Tale madre era stata la moribonda per lui; madre per il cuore, madre per la mente, madre per il corpo, madre per il sacrifizio, madre per la stravaganza dell'affetto, madre per l'immensità della passione. Il figliuolo le rassomigliava tratto per tratto, tanto era stato fatto da lei. Nell'anima era come lei, tanta era stata la trasfusione del pensiero e del sentimento. Fra quei due vi era un continuo scambio di vita. Si sorridevano col medesimo sorriso; si guardavano e l'idea andava dall'uno all'altro, senza bisogno di parola. Ancora egli sedeva ai piedi della madre e le appoggiava il capo sulle ginocchia, mentre la mano delicata e lieve di lei gli carezzava i capelli, mentre la voce bassa susurrava a lei le parole della vita—ma questo bambino era un uomo, a diciannove anni, forte, virile, coraggioso, apprezzatore sereno degli uomini e delle cose. D'un tratto, come se finita l'opera sua, la madre non avesse più ragione di vivere, tutte le forze della sua robusta salute declinarono: parve colpita fatalmente e sicuramente.
Come la morte si avvicinava, questo scambievole amore di madre e di figlio aumentava d'intensità senza parole, straziante e profondo.