—O mamma bella, dimmelo! O mamma buona, mamma del cuore, mamma, dimmelo! Non vorrò bene che a te, non amerò che te, dimmelo! Per pietà di tuo figlio, dimmelo! Se mi vuoi ancora bene, dimmelo! Mamma, mamma, dimmi il nome di mio padre.

Ella gli spalancò in volto gli occhi vitrei, aprì la bocca per pigliar fiato:

—No,—disse con la voce confusa e pastosa dei morenti.

Poi, volto il capo, dette tre gridi lunghi, striduli, strazianti; non respirò per un minuto secondo; tastò vagamente il lenzuolo con le dita; respirò fortemente e morì.

L'ULTIMA LETTERA

(Angelica).

Signora,

Voglio scrivere a voi, in quest'ora di morte. Non voglio mandare a mio padre, così amabile e così indifferente, così indulgente e così freddo, l'ultima mia parola: non a mio marito, tanto cortese e tanto crudele, voglio scrivere io, per dargli l'ultimo saluto. Quando sentiranno che io mi sono uccisa, ne avranno grande sgomento, perchè la morte fa paura agli indifferenti e ai crudeli: dopo, diranno che così dovea finire. Dieci lettere, mille lettere, scritte nel dolore di questa lenta agonia, innanzi alla piccola rivoltella scintillante come un prezioso gioiello, non giungerebbero a dare a mio padre, a mio marito, la pietà, o il rimorso. La loro glaciale e confortante ragione ripeterebbe loro che dovea finire così e lo strazio mio soffrirebbe una postuma ingiuria. No, no, ad essi non voglio scrivere nulla. Solo a voi, signora, mentre non vi conosco, mentre non mi conoscete, voglio dire che muoio, uccidendomi, voglio dire perchè mi uccido. Vi è un uomo che adoro, Francesco Sangiorgio: ma è inutile che io gli scriva, è inutile che io gli mandi l'estremo addio, è inutile che io gli raccomandi la mia memoria, è inutile tutto. Francesco Sangiorgio vi ama: voi lo amate. Ecco perchè tutto è inutile, il mio amore come il mio dolore, la mia vita come la mia morte. Egli vi ama e voi lo amate: ecco perchè debbo morire. Scrivere a voi, significa scrivere a lui: voi siete lui. Gli leggerete questa lettera: la leggerete insieme. E il soffio tragico della morte che ne spira, darà un sapore più profondo di emozione ai vostri baci; la immensa dolcezza della vostra passione avrà una vena di amarezza, che legherà più solidamente i vostri cuori; all'impeto dell'amore, si unirà il supremo orgoglio di aver fatto soffrire, l'orgoglio che hanno le persone più buone e più dolci: egli vi sembrerà più bello, più nobile, più degno di essere amato, poichè non ha saputo tradirvi e ha lasciato che me ne andassi alla morte; voi gli sembrerete più bella, più cara, più preziosa, poichè una donna è morta per voi. Per voi muoio, signora: morire per voi, significa morire per lui: voi siete lui. E le ultime torbide visioni di quest'ora terribile, queste visioni che mi fanno fremere di angoscia, di gelosia, di odio, mi mostrano sempre voi e lui, sempre insieme; e le schernitrici visioni mi dicono che, morendo, io vi unisco più saldamente, che eravate amanti e che io vi rendo compiici. Oh Dio, Dio, Dio, non avere scampo neppure nella morte!

Signora, vi odio. Mi hanno detto che siete stata amata, che uomini austeri hanno singhiozzato d'amore alle vostre ginocchia: so che Francesco Sangiorgio vi ha dato tutto sè stesso, nell'abbandono della più ardente passione. Ma nessuno amore del vostro passato e del vostro presente può arrivare alla misura dell'odio profondo, cieco, invariabile che trabocca dal mio cuore per voi: ma tutti gli amori presi insieme, compreso quello di Francesco, non giungono all'altezza del mio odio. Ho ventiquattro anni: sono piena di gioventù e di salute: ho dritto alla mia parte di gioia, di felicità—eppure debbo morire disperata, senz'avere avuto il conforto di un bacio, senza sperare il conforto di un rimpianto. Muoio a ventiquattro anni, lascio la mia famiglia, la mia casa, il mio paese dove è tanto sole e sono tanti fiori, me ne vado nella morte, sette palmi nella terra nera e pesante, chiusa in una bara di legno, nell'ombra eterna, nella morte, nella morte: e questo per voi, e per questo vi odio, così mortalmente vi odio, che il mio sangue abbrucia e le mie tempie scoppiano, quando l'anima mia pronunzia il vostro nome. Vi odio. Se voi non foste, ora, non morirei: se voi non foste, Francesco Sangiorgio mi avrebbe amato. Era l'uomo del mio cuore, Francesco: era l'uomo dell'anima mia, destinato a me dalla legge arcana della passione e voi me lo avete tolto, per sempre. Sentite, sentite, quando io penso al passato tutta la mia collera si abbatte e si trasforma in una tenerezza immensa, tutte le lacrime della mia esistenza piovono dai miei occhi e io piango già—saranno le sole lacrime versate su me—su questa povera creatura a cui hanno portato via l'unica forza e l'unica speranza. Ah signora, signora, che siete così dolce, così soave, così umile, che vi chiamate Angelica, come avete potuto far questo, come avete potuto volere la morte di una donna, di una cristiana, perchè mi avete fatto questo, voi che siete una buona e mite anima femminile? Signora, signora, voi siete innocente: ma veramente, ve lo dico, voi avete armato la rivoltella che mi deve uccidere e voi mi avete detto che debbo morire.

Poichè, se voi non foste, egli mi avrebbe amata. Ci conoscevamo da tanti anni, siamo nati nello stesso paese e nello stesso anno, amiamo le stesse cose, abbiamo insieme desiderato un ideale di esistenza più buono, più semplice e più intimo. Mi avrebbe amata! Io conosceva tutto il morboso vagabondaggio del suo spinto irrequieto e dolente; io conosceva tutte le miserie di una volontà ribelle, di un ingegno potente e incompleto, di un cuore che fluttuava fra il cinismo e l'entusiasmo; e dove il mondo lo misconosceva e lo biasimava, io aveva pietà per questa nobile tempra di uomo, in lotta con le idee e con le cose.