Egli taceva. Il suo silenzio m'irritava: pareva che confermasse questo criterio dispregevole che mi ero fatto dell'amor suo.

—Non sai amarmi meglio?—gli chiedevo,—non sai?

—Proverò,—diceva lui umilmente.

Ahi, che non gli riusciva! Tutto ciò che è squisita sentimentalità, raffinatezza spirituale, stima, rispetto, poesia, pietà, sì, anche pietà, nell'amore, gli era ignoto. Mancava di quella delicatezza del cuore, per cui, nell'amore, il più piccolo episodio è gravissimo. Non gli importava nè dei miei pensieri, nè dei miei sogni, nè dei miei ideali, nè di nulla che riguardasse il mio spirito: e non arrivava a nascondere tale indifferenza. Gli premeva delle mie ore, perchè le voleva per sè; gli premeva della mia casa, perchè era il nido dell'amore; gli premeva del mio umore, perchè da esso dipendeva un convegno di più o di meno; gli premeva il tono della mia voce, perchè in esso vibrava la negazione o la dedizione: solo tutta la mia vita materiale gli premeva, perchè era legata strettamente alle gioie dell'amore. Invano, a un segno suo d'interesse, a un suo turbamento, io lo interrogava affannosamente, per poter sapere se, infine, qualche cosa della sua anima si muovesse, vivesse, oltre l'ardore della sua fiamma: invano! Tutto il ciclo delle sue azioni si chiudeva in questa fiamma. Quando una delusione novella mi abbatteva, io giungeva ad ingiuriarlo.

—Ma sei incapace, dunque, di voler bene come tutte le altre oscure e semplici creature della terra? Hai dei nervi e non un cuore? Hai del sangue e non un'anima? Sei un mostro?

—Grazie, quanto mi piaci in collera!

—Oh che creatura arida e odiosa tu sei, odiosa, odiosa!

—Proprio, tanto?—chiedeva lui, con la sua voce rôca e carezzevole.

Alla mia sete di sentimento, a questo bisogno intimo e invincibile di tutti gli esseri umani, a questa nostalgia che ci accompagna tutta la vita, egli non sapeva rispondere, che con la seduzione della passione. Monotono, monocorde, impotente a vibrare per qualunque espansione dell'anima, egli si rigettava in quella sola forma che gli permettevano il suo carattere e il suo temperamento. Il mio amore era diventato per lui una necessità, come l'aria che respirava, come il pane che mangiava: me lo diceva, così, credendo di darmi una prova del suo completo soggiogamento, e invece mi faceva bollire d'ira, con questi paragoni tutti tolti alla vita materiale. Per contrasto, in me, tutta l'adorazione delle belle e buone e nobili cose dello spirito diventava come un'ossessione, e solitariamente, nella mia stanza, quando egli mi aveva lasciata, io scoppiava in lunghe e cocenti lacrime sul mio abbassamento, sovra la mia irreparabile decadenza. E se, all'indomani, io ritornava a lui, era perchè questo Nino Stresa, come era, esercitava un fascino sulla mia ragione: era perchè talvolta, nella sua natura limitata e misera, mi faceva pietà. Sì, io piangevo spesso su me e su lui, a cui era negato, per fatalità, tutto un mondo dell'amore, piangevo sull'aridità del suo cuore e sulla impotenza della sua anima. Glielo dicevo, talvolta, così esplicitamente e così duramente, che egli restava trasognato:

—Sono una creatura inferiore, io, come tu dici?—mi chiedeva fra l'ironia e la tristezza.