—Forse.
—E perchè mi ami allora?
—Per un'aberrazione della mia fantasia,—gli dicevo, in faccia, impetuosamente.
Lo vedevo decomporsi, per la collera, per il dolore. Che m'importava? Mi aveva avvinta a una catena insopportabile. Tentai spezzarla. Impossibile! Egli sopportava qualunque insulto, ora tranquillo, ora umile, ora amorosissimo, e questo, non per amore, no, io lo intendeva bene, ma per la consuetudine della passione, per il legame oscuro ma saldo con cui la passione serra le persone, per la passione della mia persona, delle mie labbra, delle mie braccia! Furiosamente geloso: di una gelosia così folle che, varie volte, mi dette la illusione di un amore completo e verace. Se io parlava a un altr'uomo, egli tendeva l'orecchio alle mie parole e alla mia voce; se io dava la mano, egli misurava la stretta di mano data a un altr'uomo; se io sorrideva, egli fremeva e quasi si avanzava a provocare l'uomo cui io sorrideva. Credetti all'amore, io, per la gelosia! Ma era una gelosia così cieca e così bassa, così ingiusta e così brutale, che mi rivoltò. Non osai mai provocarla, tanto le scene che ne seguivano mi accasciavano, dandomi una novella prova che Nino Stresa viveva e amava e soffriva solo per i nervi e per i sensi: non osavo provocarla, giacchè, dopo, io era costretta a essere più amorosa che mai, con lui; e, probabilmente, egli esagerava l'ardore di questa gelosia, per ottenerne dei compensi di passione. Detestabile amore! Quante volte, vedendolo fra amici e amiche, così bello e così corretto, con quei suoi occhi dove nuotava uno sguardo di languore tenero, di mestizia indefinita, io, rôsa dalla collera di tutte le delusioni, non avrei voluto insultarlo, in pubblico, dicendo che quella soave maschera di bellezza e di malinconia, nascondeva solo la vittoria più plateale dell'istinto, che egli era ancora e sempre e non altro che l'uomo fatto di argilla, senza il divino soffio! Non meritava egli l'insulto, con quella sua apparenza di tristezza, dove chi sa quante altre donne sarebbero cadute ingannate, con quella sua ipocrisia di tenerezza e di languore, dove ogni cuor semplice si sarebbe lasciato prendere?
—Perchè sei ipocrita, anche?—gli domandavo per provocarlo.
—Io? Io?
—Sì, tu. Non fingi di esser triste, tu?
—Non fingo, sono triste.
—Tu sei un gaudente, niente altro.
—Gaudente e triste, insieme,—egli soggiungeva, sordamente.