Tacitamente egli l'aveva accompagnata in anticamera, dove, nello scialbo luccicore della luce elettrica, sotto gli occhi dei camerieri muti, quasi automatici, l'aveva aiutata a infilare il grande mantello di broccato bianco, foderato di ermellino. E, senza avere spiegazioni, senza dirsi nulla, ella aveva ripreso il suo braccio ed era discesa placidamente per lo scalone: il cameriere di casa Vargas li aveva preceduti, per chiamare la carrozza. E con un moto gentile e rapido, innanzi allo sportello aperto del coupé, ella raccolse lo strascico, inarcò il piedino calzato di raso bianco e saltò in carrozza: non salutò, non tese la mano, — naturalmente, egli salì in carrozza con lei.

Nulla si dissero: ma lo strascico bianco copriva i piedi e le gambe di Francesco Sangiorgio, empiendo la piccola vettura delle sue onde seriche e candide, e si distingueva, nel breve ambiente, un lievissimo odore di mughetti.

Ella non aveva nulla sul capo, nè una sciarpa, nè un cappuccio, nè un merletto: la testa libera si ergeva dal candore morbido dell'ermellino e nei capelli neri le stelle di diamanti scintillavano. Dalle ampie maniche del mantello le mani uscivano, si abbandonavano sulle ginocchia: una calzata ancora dal guanto di camoscio chiarissimo: l'altra, senza guanto, nuda, con un brillante all'anulare, che scintillava. E nella penombra della carrozza che a mezzo trotto scendeva dal colle del Quirinale alla vecchia Roma, Francesco Sangiorgio guardava ora quel viso soavissimo che un pallore vivo rendeva più affascinante che mai, ora quella piccola mano lasciata con tanto abbandono in grembo, come se una mortale stanchezza l'avesse vinta. Nella dolcezza desiderata e aspettata di quel momento, nella solitudine bizzarra di quel piccolo nido azzurro cupo che riconduceva a casa la soavissima donna, l'amatore non era preso da alcun desiderio, niuna ansia del minuto che fuggiva, niuno spavento del tempo che passava e che avrebbe portato la loro divisione: egli godeva delicatamente quel vivissimo piacere spirituale, quella felicità era per lui senza mescolanza di amarezza. Immobile, muto, con gli occhi quasi incantati, i quali null'altro sapevano vedere che quel viso bianco e quella mano piccoletta e molle che parea dormisse, egli non si moveva e non parlava, buddista dell'amore, perchè in nulla l'altissima sensazione venisse scemata.

Giammai aveva inteso la sua vita svolgersi ed allargarsi con tanta dolcezza, come un fiume largo e felice che se ne va innamorato al mare, nella bellezza della pianura verde, sotto il sole, appena appena mormorando sotto i giuncheti: giammai si era sentito così inondato di una letizia pura, dove egualmente si fondeva l'appagamento dello spirito e dei sensi, la delizia del cuore e dei nervi. Delibava, intensamente, completamente, quella letizia, nella immobilità, nella passività dell'uomo felice.

Donn'Angelica, ogni tanto, lo guardava con un lento moto di occhi. Buttata in quell'angolo, ma non rannicchiata, non raggomitolata, con quella bella compostezza di forme e di pose che era la sua grazia, ella pareva si riposasse, senza troppo abbandono e senza troppa rigidità. Non dormiva, no, tenendo gli occhioni scuri spalancati e rivolgendoli, tratto tratto, quietamente, su colui che l'amava, — ma tutte le linee del volto si erano quasi ammollite, arrotondate nel riposo.

Come i fanciulli, come certe donne che riprendono la infantilità, dormendo, il cui volto si ringiovanisce, si addolcisce, ridiventa ingenuo e bonario, ella aveva, in quel momento di calma, l'aria di una fanciulletta, di un'adolescente creatura ingenua. Era scomparsa l'apparenza di donna vestita con la pompa di un ballo: il mantello pareva il vestito di una educanda, un vestito morbido e candido, senza forma, castissimo, un manto verginale: e lo scintillio dei brillanti nei capelli neri, sulla mano piccola, pareva raggio di luce, non ricchezza fulgida di gioielli. Ella era ridiventata giovanetta, in una pura essenza spirituale di bellezza e di grazia, in un riposo che era anche un rinascimento.

Niuna fiamma si accendeva nei begli occhi pieni di ombra e pieni di pace; nessun sorriso veniva a dissuggellare le labbra chiuse e arcuate come quelle delle statue, non una parola usciva da quelle labbra. Anche ella era immobile, la piccola mano pareva di cera sul bianco della stoffa, il volto si delineava sul fondo cupo della carrozza, come un ovale chiaro: e che pensasse, che sentisse, non si sapeva, non s'intendeva. Dietro quell'apparenza di pace, dietro quel riposo delle linee, forse era alacre il pensiero, forse il cuore fortemente palpitava, forse la grande vita interiore dell'intelletto del sentimento passava per tutti i fenomeni dell'attività. E forse in lei erano penetrati sin nello spirito quella calma e quel riposo: forse ella era simile, dentro, al grande lago profondo d'acciaio che niuna tempesta mai può turbare. Ma non si sapeva nulla: ella, come sempre, era avvolta nel grande mistero della serenità.

Fra loro due, fra l'essere felice che si lasciava annegare dall'onda soverchiante di delizia spirituale che lo assaliva senza strepito, e fra la creatura giovane, casta, quieta, serena, sedeva terzo l'amore.

III.