«Vorreste andar via?» le domandò Sangiorgio.

«Oh sì!» esclamò lei con uno slancio.

Si rimisero a cercare don Silvio di nuovo, attraversarono di nuovo la sala rossa, il salone azzurro, il salone da ballo, il corridoio delle statue dove ella rabbrividì dal freddo, con un tremito delle spalle nude; attraversarono altri tre o quattro saloni vuoti, si trovarono nel salone delle cene, dove era un allegro rumorìo di forchette, un tintinnìo di bicchieri. Ritornarono indietro: infine nel salottino degli arazzi di don Chisciotte, trovarono don Silvio in uno strettissimo colloquio con l'ambasciatore d'Inghilterra. Donn'Angelica fece per accostarsi, ma con un cenno delle palpebre don Silvio glielo proibì, le fece intendere di allontanarsi: ella chinò il capo, arrossendo, trascinò via Sangiorgio rapidamente.

«Non ballate voi, Sangiorgio?» gli domandò, ridendo. «Siete troppo serio, voi: a che pensate sempre così? Non alla politica, spero?»

«Oh no!»

«Non ci pensate, non ci pensate, ve ne prego,» fece lei, appoggiandosi maggiormente sul suo braccio. «Non sareste innamorato per caso?»

«Sì,» disse lui, schiettamente.

Ella si arrestò, un po' interdetta, pentita di aver detto troppo. E subito parlò di altro, del ballo, degli arazzi, di don Chisciotte, del caldo, di tutto, con una voce un po' velata. Il ballo, alle due dopo mezzanotte, era nel suo più vivo splendore: nel salone da ballo una quarantina di coppie ballavano il waltzer, e in tutte le sale, sotto gli arazzi, fra le giardiniere, fra le portiere di broccato, fra il bianco dello stucco e l'oro degli ornamenti, era un sorgere, un pullulare, un espandersi di donne, una lucentezza di chiome stellate, un anelare di petti femminili luminosi. Il segretario di don Silvio si accostò a donn'Angelica, con la sua aria affaccendata.

«Sua Eccellenza deve andare immediatamente al ministero, per un telegramma di urgenza. Non può accompagnare la signora.»

«Bene,» fece lei, licenziandolo con lo sguardo.