«Non so... mi pare...»
«Ti pare o sei certa?» ribattè egli, duramente.
«Sono certa, sono certa,» si affrettò ella a soggiungere.
Egli le voltò le spalle: ella era pallida e turbata.
«Volete sedere, forse?» le chiese Sangiorgio, pietosamente.
«No, no,» disse donn'Angelica, «passeggiamo, passeggiamo.»
Andarono in una sala del buffet, sala da dolci, da caffè, da thè, da gelati, piena di gente che rosicchiava e beveva, con una quantità di cartine ricce da confetti sparse sul tappeto. Anche qui era pieno di donne, la principessa di Valmy sorbiva del thè, discorrendo col piccolino-grande traduttore di Platone, atleta della Camera, il meridionale profondo, dalla voce un po' stridula e dalla frase incisiva, talvolta terribile; la contessa di Roccamorice mangiava delle castagne giulebbate, parlando col Gran Maestro dell'Ordine Mauriziano, dalla barba bianca e dal fine sorriso lombardo; la principessa di Tocco, la più bella donna di Roma, seduta in una poltrona, avendo intorno l'on. Melillo, l'on. Marchetti, l'on. di Sangarzìa, sorbiva un gelato, col suo contegno buono e placido di Dea; la baronessa Noir, piccolina, sottile, dall'abito di azzurro giapponese, dai magnifici giojelli, turchesi grosse circondate di brillanti, si batteva il ventaglio sulle dita, nervosamente, ascoltando una discussione fra il ministro d'Italia a Bruxelles e il ministro d'Italia a Bucarest.
«Non voglio nulla, non voglio nulla,» mormorò ella a Sangiorgio che la portava verso la tavola imbandita.
Cercava di dominare, a poco a poco, il suo turbamento. Parlò un minuto con la signora Gasperini, la moglie del segretario, cercando di riprendere la sua serenità; ma non vi riesciva che a metà. Un'agitazione restava ancora al fondo di quell'anima.