E subito gli voltò le spalle. Un improvviso solco si era aperto fra la folla: innanzi a loro, nello spazio libero, fra due siepi di persone, si avanzava, maestosamente e graziosamente bella, la sovrana, in una luce tremolante di stella. Ella veniva verso donn'Angelica: e Sangiorgio dette addietro, intimidito, sentendo in quella coppia muliebre, la donna semplice e serena, la donna regale e sorridente, tutta la potenza femminile.

Dopo, Francesco Sangiorgio e donn'Angelica passeggiavano per le sale, lentamente, attraverso gl'ingombri degli strascichi, formando delle piccole file, arrestandosi ogni tanto, come la circolazione femminile si ammucchiava, si accalcava. Nel grande salone da ballo, le ragazze, le mogli dei segretari, le signore innamorate del ballo, le spose borghesi, le dame che non avevano alcun posto ufficiale, si davano intieramente al piacere della danza, l'orchestra strideva nelle note eccitanti di Metra e di Fahrbach, l'animazione giovanile e femminile era al suo colmo.

Invece le altre passeggiavano, sedevano sui divani dei salotti, tenevano circolo, si allargavano dappertutto.

L'ambasciatrice d'Inghilterra, tenendosi accanto la bella e poetica figliuola che pareva una madonnina del Botticelli, nel salone azzurro, teneva intorno a sè un circolo di giovani diplomatici: per due minuti parlarono in inglese, dolcemente, con donn'Angelica: Sangiorgio ascoltava, senza intendere, ma gli sembrava una musica deliziosa.

La contessa di Malgrà, la simpatica bionda, dal pallore provocante e dagli occhi incantatori, diceva dei paradossi sociali a tre o quattro giovani deputati del centro che la seguivano nelle sue passeggiate; la signorina Maria Gaston, dalla bellezza dolcissima, figliuola del ministro della marina, in un vano di finestra, vestita di bianco, angeletta mondanamente soave, chiacchierava con due o tre vecchi ammiragli, rinunziando al ballo; la signora Giulia Greuze, la belga dallo spirito scintillante e dal bel corpo giovanile simile a una rosa che si sviluppi dall'involucro, ridacchiava sotto l'edera di una grande giardiniera, mostrando i dentini candidi.

Donn'Angelica, al braccio di Sangiorgio, passava, fermandosi ora qua ora là, scambiando saluti e sorrisi con le mogli dei deputati che incontrava: la marchesina di Santo Marta, bionda e ricciuta come un uccellino; la marchesa di Corvisea, fedele ai suoi vestiti di rosso-cupo, mostrando i più bei piedini della politica italiana; la baronessa de Romito, la bellissima e tranquilla Giunone; la contessa di Trecastagne, una francese pallidina e gentile che aveva sposato un siciliano; la baronessa di Sparanise, la spirituale signora dai nerissimi occhi egiziani; la mite e piacente marchesa Costanza, dalla voce affettuosa e dall'incesso molle; le due bionde signore figliuole del ministro di grazia e giustizia, una bionda ed esile, l'altra bionda e pensosa: esse andavano in su e in giù, senza rientrare nella sala da ballo, formandosi ogni tanto in gruppi, ridendo fra loro, narrandosi gli aneddoti della serata, guardandosi da capo a piedi, con un sorriso benevolo ma profondo, misurandosi giustamente in tutta la loro manifestazione di lusso e di bellezza.

Donna Clara Tasca era rimasta mezz'ora, aveva chiacchierato con ministri, uomini politici e deputati, ed era subito partita, trascinandosi dietro don Mario, di cui certo avrebbe completata la fortuna politica, se egli fosse stato meno nebuloso, meno fantastico, meno virtuoso di politica.

Donna Angelica, al braccio di Sangiorgio, parlava poco: ma egli non chiedeva altro, felice di avere, sulla manica della sua marsina, quel braccio nascosto pudicamente dal guanto, felice di poter contare, ogni tanto, macchinalmente, le perle di quel monile, felice di sentirsi sfiorare il piede, ogni tanto, dall'orlo di quel vestito di broccato. Ella cercava suo marito, ma quietamente, senza troppo insistere, senza chiederne a nessuno: e col suo cavaliere scambiava solo qualche rara parola. Finalmente don Silvio, al braccio di un deputato d'opposizione, comparve sotto una porta, si avanzò verso lei e senza quasi guardarla, senza accorgersi di chi l'accompagnava, le chiese subito, sottovoce:

«Sua Maestà?»

«Amabilissima,» fece lei, chinando gli occhi.