E Francesco Sangiorgio si consolava di questo profondo deserto campestre che si rigonfiava di succhio novello, come la dolce stagione lo comportava. Il grande giardino, coi suoi larghi viali, pareva tutto suo, lasciato in abbandono dalla folla chiassona, pronto a nascondere i suoi amori, nido solitario di un purissimo idillio sentimentale. Lontano, dalla terrazza posteriore, egli aveva ben guardato la immensa massa verde di villa Borghese dove sarebbe stato così facile il celarsi: ma ella non aveva voluto, per non attraversare piazza del Popolo, in quell'orrendo giorno di carnevale: e più del Pincio, villa Borghese sembrava un immenso parco naturale, senza traccia di uomo, una vasta campagna vergine e solitaria.

Passando innanzi al cancello che separa il Pincio da villa Medici, Sangiorgio dette un'occhiata di rimpianto alla cupezza malinconica di quel viale fittissimo, dove l'idillio soave sarebbe stato anche al coperto della chiarezza larga del cielo: ma ella non aveva voluto, per entrare a villa Medici ci vuole un permesso speciale. E quello che turbava Sangiorgio, nei suoi giri attorno al grande giardino, era la parte che dava sopra Roma e sopra Piazza del Popolo, tutto quel lato scoperto, quell'immensa breccia, donde veniva, a riprese, un rombo cupo, il clamore giocondo e pauroso della folla: ogni volta che girava verso villa Borghese, gli pareva di essere in pace, solo con l'amor suo, non disturbato, nel beneficio della solitudine campestre; ogni volta che ritornava verso Roma, l'improvvisa visione della città e il rombo e tutto quel mondo estraneo che s'imponeva, gli guastavano tutti i sogni. Sentiva in quel pubblico, in quella folla, l'ostacolo, la difficoltà, il dolore.

Quando ella giunse, egli l'aspettava da un'ora, non essendosi ancora impazientito, ignorando ancora i tormenti di colui che attende nell'incertezza, fiducioso ancora nella parola femminile.

Ella venne dallo stradone che dà sulla Trinità dei Monti, avendo lasciata la carrozza in Piazza di Spagna: era vestita di lana azzurro cupo, con una veletta bianca sulla faccia che aumentava la giovanilità del suo aspetto: camminava piano, senza muovere le gonne, come se scivolasse sul suolo, non venendo, ma avanzandosi. In un minuto, alzando ambedue gli occhi, senza affrettare il passo: egli non si era mosso dal pilastrino dove stava appoggiato, aspettandola, vedendola avanzarsi, nella cupezza della stoffa bruna, nel candore della veletta bianca. Non dunque lei era un fiore primaverile, un grande fiore umano sbocciato per la sua delizia?

Quando furono accanto, non si salutarono, non si tesero la mano, ella stringeva nel piccolo pugno il manico dell'ombrellino, un galletto di legno scolpito, con la cresta rossa: non si parlavano, camminavano l'uno accanto all'altro, senza guardarsi.

«Grazie,» disse lui.

«No, no,» rispose lei, subito.

E guardandosi intorno, con un'occhiata timida, soggiunse:

«Qui ci vedranno tutti.»

«Non vi è nessuno; non temete.»