«Eppure dobbiamo lasciarci. Meglio ora che più tardi: più tardi soffrireste molto di più, io avrei maggiori torti, voi avreste il diritto di accusarmi. La consuetudine inacerbisce ed esalta l'amore: verrebbe un giorno in cui non potremmo dividerci più, giorno di spasimo per voi, di vergogna per me. Ora... ora, ancora tutto è possibile. Che siamo l'uno per l'altro? Nulla: meglio così. Ci siamo visti, quattro o cinque volte...»
«Io vi ho vista sempre.»
«In mezzo alle volgarità della vita...»
«Io ho pianto con voi, signora, quando piangevate nel Pantheon.»
«Fra la gente curiosa e maligna...»
«Io vi ho guardata per un'ora, quel giorno, a Ponte Nomentano, quando lasciavate andare alla corrente dell'Aniene le foglie delle rose... eravate sola... eravamo soli...»
«Fra gli obblighi convenzionali della vita politica...»
«Quanto eravate bella, signora, quella sera, al ballo del Quirinale: io venni via con voi: non vi parlai: non mi diceste nulla: quanto eravate bella!»
«È un sogno, è un sogno,» ribattè lei, esaltata nel sacrificio dalle vibranti parole dell'amore, «bisogna svegliarsi. Bisogna dividersi.»
«Bisogna morire, allora.»