Egli lo teneva fra le mani, arso dal desiderio di morderlo: e un giorno volle mangiare le bacche rosse, dalla tinta viva, così provocante.
«Volete morire?» fece ella scherzando, ma tremando.
E quel tremito fu uno dei tesori morali che andava raccogliendo Sangiorgio. Un giorno, presso un mandorlo basso, ella si eresse sulla punta dei piedi e staccò alcuni ramoscelli rosei, odorandoli lungamente, col sorriso della felicità sulla faccia. Non ella era dunque la primavera fresca e amabile? Il fiorellino di mandorlo che ella gli donò, andò a raggiungere un mazzolino appassito di mughetti, un pezzetto di stoffa di un vestito, chiesto e ottenuto per grazia, e che cosa preziosa, impagabile, un fazzolettino di battista, orlato di merletto antico — ottenuto in una sera di disperazione, dopo tre giorni inutili di attesa, invocato come un conforto. Ella sapeva questo: e le piaceva di saperlo. Ella guardava sì, lontano, verso Castel S. Angelo, verso la nuova caserma dei carabinieri, verso Roma vecchia, in cui qualche lume cominciava ad accendersi: ma ascoltava, pur guardando altrove, tutte le parole che Sangiorgio le diceva, dolcissimamente, e crollava il capo, come una bimba lusingata. Arrivavano a Porta Angelica, così, calmati, pacificati: egli doveva andarsene per la Via Reale che va ai Prati di Castello e a Ripetta, ella per la porta che conduce a San Pietro, — ma il loro saluto era pieno di tenerezza e lungo.
Un giorno ella giunse tutta tremante. Presso l'Arco Oscuro ella aveva incontrato l'onorevole Giustini, quel toscano tanto maligno, mezzo gobbo, mezzo sciancato, che trascinava intorno la sua noia cinica e la sua salute distrutta. Sì, ella era passata in coupè, rapidamente, ma Giustini l'aveva perfettamente riconosciuta, le aveva fatto un grande saluto a fondo di meraviglia, poi si era piantato sulla via, a seguire con l'occhio la carrozza che fuggiva. Ella tremava tutta: per poco non era tornata indietro, tanto la possedeva il terrore che quel cattivo di Giustini la seguisse, per curiosità maligna, per sapere. E si voltava, ogni tanto, spaurita, credendo che ogni villano che passava per Via Angelica fosse il gobbo deputato di Toscana, guardando Sangiorgio con certi occhi timidi e dolenti che lo desolavano; egli cercava invano di rassicurarla, di dirle che un uomo a piedi non segue mai una carrozza al trotto, che Giustini era là per caso, che, del resto, Via Flaminia era una passeggiata pubblica, dove non era da meravigliare nessuno se ci s'incontrava una signora in carrozza. Ma egli stesso era preso dal primo glaciale brivido di spavento, quello che colpisce gli amanti in piena sicurezza e turba tutta la purezza della loro gioia: cercava di rinfrancar lei, ma egli stesso era scosso profondamente. Quell'ora di convegno fu amara, non ritrovarono mai più la serenità, e donn'Angelica, a un certo punto, riassunse tutte le sue paure, con la precisione che hanno le donne pel dramma che le sovrasta:
«Ora Giustini va alla Camera e dice a tutti, anche a don Silvio, che mi ha incontrata a Via Flaminia.»
Fu in quest'ora di amarezza che egli, sentendo i lamenti di donn'Angelica, osò dirle che bisognava levare dalla strada questo amore e metterlo in una casa, fra quattro pareti, al coperto dallo sguardo della gente, dalla curiosità dei viandanti. E glielo disse con tanta emozione rispettosa, con un sentimento così alto di riverenza, con una semplicità così onesta, che ella disse subito no, brevemente, ma non potette offendersene. No, ripeteva ella a tutte le umili considerazioni che egli le veniva facendo, un no lento ma deciso, senza collera, ma senza debolezza. A un certo momento, ella, come infastidita, gli disse:
«Tacete.»
Tacque: si separarono, senz'altre parole. Ma da quel minuto fatale in cui ella aveva incontrato Giustini, essi sentirono sempre più la pena di quell'amore in pubblico e intanto non prendevano nessuna precauzione, la pena di quell'amore randagio che non aveva tetto: amore vagabondo che faceva sorridere d'ironia i camerieri della trattoria Morteo a Ponte Molle, oziosi sulla porta e sul terrazzo della palazzina: amore malinconico che faceva ridere, coi suoi saluti teneri, i doganieri grossolani di Porta Angelica.
Due altri convegni furono molto penosi: la paura, oramai, si era messa in fondo al cuore di donn'Angelica e la faceva fremere al passaggio di un carrettiere, di un cacciatore: persino i canotti sul Tevere la spaventavano, le sembrava sempre che i canottieri la conoscessero e che alzassero il remo in segno di saluto. Non più parlavano d'amore: cioè non più egli poteva parlarle d'amore, ella lo interrompeva, ogni momento, sogguardandosi intorno, chinando il capo a qualche rara carrozza di forestieri che passava, arrossendo, impallidendo, respirando appena.
Un giorno di convegno, piovve dirottamente, da un'ora prima dell'appuntamento: egli si ricoverò sotto il portone di Morteo, ma non potendo reggere alla impazienza, si avanzava continuamente verso Ponte Milvio, bagnandosi tutto, cercando di distinguere qualche cosa attraverso quel velo di pioggia. Non vedeva nulla, ella non sarebbe venuta, era impossibile con quella pioggia, ma intanto egli continuava ad aspettare, sorretto da una uniforme speranza; la pioggia seguitava, ella non venne, naturalmente, ed egli ritornò in Roma, soltanto alle sette, bagnato, con l'umido nelle ossa, nel tram aperto, coi piedi sul legno intriso dell'ultimo carrozzone che faceva il viaggio da Ponte Molle a Roma, preso da una grande desolazione, abbattuto, con un principio di febbre. Non potette dirle nulla alla sera, ella era circondata di gente e non seppe le ore dolorose che egli aveva vissuto, là, tra la pioggia del cielo e la nebbia del fiume.