«Non parliamo d'amore, amico. Me lo avete promesso. Se io ne parlo, non mi rispondete: lasciatemi dire, non m'interrompete. Io ho bisogno di pensare ad alla voce, accanto a una persona che m'intenda, che abbia per me dell'affetto, che mi compatisca. La pietà, anzitutto: voi sarete pietoso per me, nevvero, amico?»
«Angelica, Angelica, non dite questo...»
«Perchè, vedete, io sono come una bimba, talvolta, io dimentico la mia parte di donna grave, di persona seria. Io ridivento una creatura timida e paurosa, superstiziosa, sognatrice, piena di stravaganze puerili, di capricci inevitabili. Io sono serena, pel mondo, questo è il mio dovere, questo è il mio obbligo: ma nell'ora bizzarra, nell'ora della tristezza indefinibile, delle gioie impensate, che niuno sa spiegare, io ho bisogno che qualcuno abbia pietà di me. Avrete voi pietà di me, amico?»
E quasi a pregarlo, giunse le mani, gli rivolse gli occhi supplicanti: egli si chinò, un minuto, sulla fronte dolce e bianca, la baciò così lievemente, che parve un soffio, ma con tanta amorosa pietà, con tanta innocenza di amore, che ella, commossa, si mise a piangere silenziosamente.
«Non piangete, Angelica,» diss'egli, dopo un poco, con una voce tramutata, «non piangete.»
«Lasciatemi piangere, lasciatemi: mi fa piacere, è uno sfogo: a casa non posso piangere mai. Ora.... ora non piangerò più, vedrete, mi passerà.»
Egli non insistette, parendogli di togliere un conforto alla povera donna: ma le lagrime che le correvano per le guance gli procuravano un grande spasimo, erano per lui un dolore acuto e un'acuta seduzione, lo vincevano con la irresistibile voluttà dell'angoscia. Mentre ella parlava, placida, sorridente, come se fosse nel proprio salotto o in visita nel salotto di un'amica e non chiusa con un amante in una casa recondita, dove nessuno sarebbe mai venuto a disturbarli, egli poteva dominare il suo temperamento d'uomo, sino al punto di non chiederle nulla, sino al punto di non parlarle di amore: ma quando ella, dopo aver parlato del suo cuore ferito insanabilmente, dei suoi sogni perduti, della sua giovinezza morta per sempre, piangeva, piangeva su questa tomba, quando egli la sentiva singhiozzare lievemente, immota, come una bambina che soffra, allora egli non poteva resistere alla tentazione di prendersela nelle sue braccia, di tenersela stretta a sè, per sempre, sino alla ultima ora.
Sangiorgio chinava il capo per non veder più quel viso solcato di pianto, quel petto che si gonfiava e alenava, come quello di un uccellino: ma stanca, ella si acchetò, lentamente, conservando ancora la malinconia di chi ha pianto, il profumo delle lagrime. Guardava il merletto del suo fazzoletto molle di lagrime e taceva.
«Perdono, amico,» disse, dopo, come se allora soltanto si ricordasse che egli era là.
«Non lo dite... non sono io il vostro amico?»