«Curatevi. E quando potremo essere pronti?»

«Non saprei... fra otto giorni, forse... Ve lo dirò.»

Egli rientrò nell'aula, avendo già scossa da sè la penosa impressione della menzogna. Si parlava ancora, l'onorevole Bonora, un deputatino nuovo e noioso che parlava di tutto, seccava la Camera. Il presidente, dal suo seggio, fece un piccolo cenno amichevole a Sangiorgio: costui scese e andò a stringergli la mano.

«Ammalato?» domandò il romagnolo, dai leali occhi bruni.

«Un poco.»

«Perchè non chiedere un congedo?»

«Lo chiederò: ne ho bisogno.»

E ritornò al suo posto, esausto. Una irritazione sorda cominciava a nascere in lui. Erano le cinque, gli pareva di stare da un secolo in quella Camera. Sandemetrio, il deputato abruzzese e Scalìa, il siciliano, parlavano accanto di un duello fra un giornalista e un deputato; chiesero il suo parere: egli fece vedere la sua indifferenza.

Tutte quelle voci alte o basse finirono per dargli un gran fastidio. Aveva caldo, ora: si sentiva male, in quell'ambiente: vi soffriva, non poteva più respirare. Uscì precipitosamente, prese una carrozza, difilato si recò al suo quartierino di Piazza di Spagna. Ivi si buttò a braccia aperte sulla poltrona dove Angelica si era seduta, appoggiata, e vi pianse su tutte le sue lagrime.

VI.