Ma la cara figura parea si fosse dileguata nel sole, poichè dopo aver battuto tutte le vie che circondano Piazza di Spagna, correndo, spronato da una necessità invincibile, Sangiorgio non arrivò a ritrovarla. Camminò ancora per un'ora, pel Babuino, per Due Macelli, Via Sistina, villa Medici, il Pincio, in preda a una febbrilità che non gli faceva sentire la stanchezza, lasciandosi vincere dall'idea folle che a quell'ora donn'Angelica avesse avuto voglia di passeggiare, dopo di essere stata un'ora con lui: si trovò in Piazza del Popolo, solo solo, a un tratto calmato, con le gambe stanche, con la testa piena di confusione. Doveva esser tardi, molto tardi; gli parea che fosse passata una lunga giornata piena di avvenimenti, sentiva la stanchezza morale e fisica delle grandi giornate della vita umana: cavò l'orologio. Era appena l'una e mezzo: l'altra metà del giorno rimaneva innanzi a lui vuota. Macchinalmente, pian piano, obbedendo a un antico istinto, si avviò pel Corso, alla Camera, con un'aria annoiata, non guardando neppure le belle romane borghesi che ritornavano dall'ultima messa, non riconoscendo neppure qualcuno che lo salutava, in quel lieto polverio luminoso della domenica di maggio. Andava al Parlamento, ma non sapeva neppure se vi fosse seduta, era domenica: a ogni modo, andava lì per rifugio, non sapendo dove buttare il suo corpo e il suo spirito. Gli sembrava tutta nuova, tutta estranea la gente che incontrava, e come egli la guardava, sorpreso di tante facce esotiche, pareva che anche costoro lo guardassero sorpresi, non conoscendolo. In quell'ora, il viavai dei deputati, intorno Montecitorio, era continuo, era un salire e discendere di coppie d'amici, di gruppetti di uomini politici che avevano fatto colazione insieme alle Colonne, al Parlamento, al Fagiano, alle Sorelle Venete: Sangiorgio scambiava qua e là dei saluti, come trasognato. Li vedeva discorrere, li udiva discutere: passando accanto a loro, afferrava dei brani di discussione, ma non intendeva nulla. Per fortuna, ci era seduta, quel giorno.
Sedette al suo posto abituale, ordinando per consuetudine fisica le carte che aveva innanzi, udendo la voce del segretario Sangarzìa, piccola ma sonora, leggere il processo verbale. Di che si trattava? Questa voce gli sonava confusa nella mente, quelle parole gli sembrava di averle udite altra volta, ma quando? Gli costava uno sforzo enorme il raccapezzarsi: era come colui che, vissuto per un certo tempo in un crescente esaltamento dei nervi, si abbandona poi a una stanchezza profonda, nell'esaurimento di tutte le sue forze. Assisteva a quella seduta, con la testa fra le mani, cercando di afferrare il suono e il senso di tutto quello che vi si diceva, ma era troppo sfinito, un torpore l'aveva invaso, aveva paura di addormentarsi. Uscì nei corridoi, a fumare un sigaro. L'onorevole di Carimate, il simpatico signore lombardo, presidente di una commissione agraria, gli corse incontro:
«Ebbene, Sangiorgio, e la relazione?»
«La relazione... già... quando si sarebbe dovuta presentarla?»
«Ma, una settimana fa: siamo in grave ritardo. Io vi ho cercato dovunque, non avete avuto due miei biglietti?»
«No, nulla,» rispose egli, mentendo.
«E ieri, ci hanno attaccati! Ho dovuto rispondere io, come presidente. Siete stato ammalato?»
«Si vede. Curatevi, Sangiorgio. Non avreste per caso le febbri?»
«Credo.»