Sicchè la personalità di Sangiorgio sempre più scompariva. Angelica non si occupava di quello che egli avesse pensato o sentito o sofferto, mentre ella non era venuta; non gli chiedeva nulla di lui, delle sue ore, delle sue occupazioni, dei suoi desiderii; non aveva nessuna curiosità di conoscerlo. Gli dava del voi, era questa la sola familiarità; lo chiamava Sangiorgio, poichè quel nome di Francesco era troppo volgare, troppo antipatico: e lui che sentiva questa volgarità e quest'antipatia, se ne doleva, ma non osava pregarla di chiamarlo per nome.

Seduta accanto a lui, guardando la grande croce di velluto nero che tagliava la stoffa di broccato giallo, con una vivacità e nello stesso tempo con una cupezza di tinta passionale, ella si piaceva di parlargli, lungamente, lungamente, vedendo l'estasi con cui egli l'ascoltava. Angelica obbediva a quel continuo bisogno di espansione che hanno le donne, per le piccole e per le grandi cose; a quella necessità di sfogo, che butta tante donne sui gradini di un confessionale, che crea tante amicizie fittizie con altre donne, che fa loro ricercare un confidente anche in un uomo, nulla curandosi dell'effetto di queste confidenze.

Quanto ella aveva da dire, ella ridotta a un continuo silenzio, dalle preoccupazioni politiche, dall'età, dal natural carattere ironico di don Silvio! Quanto ella aveva da dire, ella a cui la posizione di suo marito proibiva di legarsi in amicizia con nessuna donna del suo mondo! Ed ecco, ella aveva trovato un confidente, il migliore dei confidenti, sempre felice di ascoltarla, sempre pronto a darle ragione, sempre disposto a compatirla, sempre disposto ad ammirarla, sentendo nelle sue parole il suono e il motto, il senso aperto e la intenzione, quello che essa diceva e quello che essa pensava; egli era l'interprete migliore, quello che le donne cercano, l'uomo che tutto vuol sapere, la cui curiosità è insaziabile, che intende tutto, che è indulgente per tutti i piccoli torti, che trasforma e glorifica le più piccole virtù, che fa di una parola una poesia, di una frase una emozione e di una bontà un eroismo, — l'uomo che ama.

Seduta accanto a lui, nella pace di quel salotto profumato di fiori, fra i molli colori e le pieghe ricche, profonde, persuaditrici d'intimità delle stoffe, fra quella bizzarra intonazione di oggetti esotici, perduti gli occhi in un punto luminoso, d'oro, di un tessuto, ella gli parlava di sè, del suo cuore, delle ineffabili tristezze che niuno doveva sapere, che lui sapeva, delle piccole gioie spirituali, i brevi godimenti che si narrano solo a sè stessi o alla più intima persona.

La delusione di Angelica, dopo il matrimonio, non era stata improvvisa, ma graduale, continua, discendendo ogni giorno di più, per una via di piccole amarezze, sino alla indifferenza e alla solitudine; le oneste speranze di felicità coniugale, i bei sogni puri di amore lungo e tranquillo, la fiducia di un'anima leale, si erano frantumati, sgretolati, miseramente, contro la grande, ardente, egoistica passione di don Silvio: la politica. Non era la catastrofe di un minuto solo, la immensa catastrofe che atterra, ma da cui si solleva, per forza naturale, l'anima forte: era lo stillicidio quotidiano che scava, che scava, che fa solco, che consuma finanche la durezza e la freddezza della pietra.

Molto aveva da narrare donn'Angelica, per fare la storia della sua vedovanza spirituale: e la lagnanza, infinita, variava musicalmente su tutti i toni della malinconia.

Non accusava apertamente, ella, no: non una parola di violenza, d'ingiuria, le usciva dalle labbra: ma tutto quello che diceva era una recriminazione dolente e semplice, era la storia di una oppressione crescente e schiacciante, raccontata con una grande delicatezza di parole, ma con un senso interminabile di mestizia.

Egli ascoltava, Sangiorgio: e vedendola immersa in quella storia, così presa da quella che era stata la lenta sciagura del cuore, non aveva il coraggio d'interromperla mai, non osava neppure dirle quanto l'avrebbe adorata, se il destino gli avesse concesso il supremo bene di averla per moglie.

Avidamente, egli raccoglieva, da quelle labbra adorate, i dettagli, minutissimi, di quelle piccole angosce quotidiane, fremendo a ognuna di esse, sentendo quello che essa aveva sentito: egli s'impregnava di quella storia, che quasi quasi diventava la sua, dove sempre più si perdeva la sua individualità: quando ella, eccitata dai propri racconti, vedendo il pallore e la emozione di colui che l'ascoltava, arrossiva e a stento frenava le lagrime, egli provava, per ripercussione, la stessa sensazione.

Più in là di lei, egli andava in un solo sentimento: donn'Angelica non odiava don Silvio, ella non sapeva odiare, ma era uscita per sempre dal suo cuore, ella non poteva amarlo, poichè egli non aveva saputo amarla, ella non poteva rispettarlo, poichè a troppe transazioni, a troppe viltà costringe la passione politica, — ma non l'odiava, no, gli era indifferente. E diceva questa piccola frase della indifferenza con tanto distacco freddo, con una così glaciale semplicità, che Sangiorgio ne rabbrividiva di paura, pensando che forse quella frase che uccide si potesse applicare a lui.