Ma egli andava più innanzi di Angelica, egli era uomo e odiava don Silvio, come tutti coloro che amano veramente. Egli lo odiava cordialmente, in tutte le forme, materiali e morali, come un nemico e come un uomo cattivo, come un rivale fortunato e come un essere spregevole, lo odiava al punto da desiderarlo vinto, avvilito, insultato, disonorato, morto. Egli gli aveva presa donn'Angelica: egli ne aveva inaridita l'anima, l'aveva resa delusa e incapace di nuove illusioni, infelice e diffidente della felicità, non l'aveva amata e le aveva tolta la facoltà di amare; egli, egli aveva ancora in suo potere Angelica. E Sangiorgio odiava don Silvio, questo marito, con la collera, la gelosia, il disprezzo e la ingiustizia dell'amante che ama veramente.
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Ma non solo questo narrava donn'Angelica, in quelle visite a Piazza di Spagna: con quella ingenuità infantile delle donne che ignorano il peccato, con quella incosciente, ma pericolosa lealtà che rassomiglia tanto alla provocazione e alla civetteria, ella si abbandonava a quelle confidenze picciolette di sensazioni, di usi, di consuetudini, di gusti che formano la base della vita femminile.
Sangiorgio conosceva, ora, minutamente, tutta la giornata di donn'Angelica: a tutte le ore, chiudendo gli occhi, egli si poteva figurare quello che facesse, tante volte ella gli aveva narrato le occupazioni predilette.
Malgrado andasse tardi a letto, ella si alzava presto la mattina, per abitudine giovanile di settentrionale che mai aveva potuto smettere: niuno entrava in camera sua, neppure la cameriera. Angelica ci teneva che nessuno penetrasse nel suo nido dove ella aveva pensato, sognato, dormito, nella notte: non gli pareva a lui, Sangiorgio, che la stanza da letto fosse un sacrario, dove nessun profano dovesse penetrare? — Sì, gli pareva bene, ella faceva benissimo, — rispondeva lui, turbato assai, con un calore che gli mordeva lo stomaco. Donn'Angelica non si lasciava pettinare e vestire dalla cameriera che quando andava ai balli: ella odiava quelle mani servili affaccendate attorno al suo corpo; quel chiacchiericcio volgare, quel contatto delle dita coi suoi capelli, le urtavano i nervi, la disgustavano: per molto tempo, da giovanetta, dandole fastidio, nel pettinarsi, la lunghezza delle trecce, ella le aveva fatte tagliare, portando i capelli corti, la zazzerina riccia e bruna di un'adolescente.
Un giorno, mentre parlava di ciò, sottovoce, come in sogno, Sangiorgio la pregò umilmente di sciogliersi i capelli, non ne aveva mai vista la lunghezza: ella disse di no, semplicemente, non avrebbe mai avuto tempo di riacconciarseli, ci voleva un'ora. Egli la pregò di nuovo, invano: glielo promise per un altro giorno, quando avesse avuto più tempo da restare.
Dopo l'acconciatura, donn'Angelica passava un paio d'ore nel suo salottino, accanto alla sua stanza, leggendo, suonando, scrivendo, sempre sola.
Ella rispondeva alle sue amiche di lassù, alle persone che le dirigevano delle suppliche, alle raccomandazioni: ella scriveva rapidamente, sempre sulla carta bianca, senza emblemi, senza motto, senza cifra: tutto questo, che le altre donne prediligevano, le sembrava una chincaglieria, una volgarità.
Egli la pregò, un giorno, di scrivergli qualche cosa sopra una carta, un rigo solo; non aveva mai avuta una parola scritta da lei: ed ella lo avrebbe fatto, forse, ma Sangiorgio girò inutilmente pel quartierino, non trovò nè un calamaio, nè una penna, nè un foglio di carta, — in quella casa destinata all'amore, logicamente, mancavano le cose destinate allo studio, agli affari, a tutto quello che non è l'amore.
Ella osservò, sorridendo, che egli non scriveva mai dunque? No, non scriveva mai, amava soltanto: e Angelica, sempre sorridendo, gli fece cenno di tacere, non voleva udir parlare di questo, non sarebbe più tornata, se continuava.