E le adorabili, provocatrici confidenze continuavano: alle undici e mezzo don Silvio e donna Angelica si ritrovavano per la colazione.

Ella aveva sempre molta fame, la mattina; come tutte le persone sane e giovani ella avrebbe amato di stare con un essere giovane e allegro come lei, chiacchierando, ridendo, in quell'ora lieta del giorno: ma don Silvio era sempre livido, in quell'ora, di collera o di noia mattutina, non aveva mai fame, la febbre della politica gli rodeva il fegato e lo stomaco, e sempre leggeva giornali, lettere, scriveva a tavola, come nel suo salone di palazzo Braschi, come alla Camera, come dappertutto.

Oh, ella preferiva alla compagnia di quel magro, vecchio, ostinato divoratore di giornali, di lettere, di telegrammi, che lasciava raffreddare sul piatto la sua costoletta, che dimenticava di mangiare le frutta, nel primo accesso giornaliero del suo morbo, ella preferiva la solitudine, col sole che si allungava sulla tovaglia, col suono di un pianoforte poco lontano, col ronzìo di qualche moscone nel meriggio che si faceva caldo. E presa da un capriccio bizzarro di donna virtuosa, ella proponeva a Sangiorgio di andare, una mattina, presto, col sole, in campagna, in una di quelle piccole osterie, dalla terrazza coperta di un pergolato, dove la vite si arrampica, a far colazione insieme, come due scolari che hanno marinata la scuola.

«Ma perchè mi tormentate, perchè mi dite questo?» le chiedeva lui, con un dolcissimo rimprovero.

«Vi tormento io?...»

«Voi non ci verreste mai...»

«Ci verrò, ci verrò...» mormorava lei, vagamente, sorridendo ancora al suo sogno infantile.

Dopo colazione, alle due, donn'Angelica cominciava la sua vita di ministressa, di donna che si deve al pubblico, le corse pei magazzini, le compre: ella amava i vestiti semplici, il nero era il colore che preferiva. Anche lui, Sangiorgio, preferiva il nero, così l'aveva vista vestita la prima volta, alla stazione, il giorno in cui era arrivato a Roma.

Poi venivano: tutta la parte femminile della politica, le visite fatte e ricevute, le commissioni di patronato, le associazioni di carità, i concerti di beneficenza, i ricevimenti diplomatici, le inaugurazioni, le conferenze, le premiazioni, tutta questa roba noiosa, lunga, senza causa, esteriore, vernice lucidissima sopra il cartone, ossequio fatto a Sua Eccellenza, nulla per sè, nulla per lo spirito: ella odiava tutto questo; oh, come sarebbe stata felice di essere la moglie di un uomo tranquillo, intelligente, che la febbre della politica non divorasse, a cui il potere sembrasse una ignobile burletta, a cui l'esser ministro paresse quello che è, il passaggio da giudice a imputato, il banco dei colpevoli!

«Moglie vostra, Sangiorgio,» soggiunse.