«Oh Angelica!...» disse lui con un accento singolare.

Ma ella non intese nulla. Gli rivelava tutta la sua vita, gli diceva tutto. Sangiorgio la conosceva: ma ella non conosceva Sangiorgio.

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E un mutamento avveniva in ambedue. Angelica si assuefaceva oramai a queste visite, essa veniva spesso, disinvolta, come se capitasse a un ritrovo di amiche: neppure un'ombra di emozione, neppure il minimo imbarazzo. Sangiorgio ne interrogava il viso, ogni volta: era sereno, senza che lo turbasse nè paura nè vergogna.

Veniva, si sedeva, come in una casa qualunque, non un palpito nella voce, non un tremito nella mano, nulla della donna che commette un'azione furtiva, nulla che indicasse l'inganno fatto. Oramai ella non trovava più difficoltà a venire, le pareva una cosa semplice, naturale; capitava sempre, fra due visite, usciva dalla Camera, andava dall'ambasciatrice di Russia, era venuta per un momento, un momento solo, prima di salire all'ambasciata; capitava fra due affari, uscendo dalla sua sarta che era in Piazza di Spagna, per andare da Janetti a comperare un oggetto e veniva a chiedere il consiglio di Sangiorgio sopra un vestito, sopra uno scrignetto del Rinascimento. Una volta, crudelmente, comparendo, gli disse:

«Son passata di qui, per caso; ho pensato che forse eravate in casa, sono salita...»

Un'altra volta egli era dietro ai vetri, guardando nella piazza, temendo di aprire per non farsi riconoscere, soffrendo del caldo: ella passava per la piazza, col suo bel passo ritmico, guardando le botteghe e i viandanti. Egli trabalzò, avrebbe voluto chiamarla, gridare, per farla venir su, ma non ne ebbe il coraggio, gli mancò la voce: ella se ne andava, se ne andava, senza voltarsi: a un certo punto, ella parve ricordarsi, si voltò, dette un'occhiata a quei balconi del primo piano, vide dietro i vetri quella faccia pallida e ardente, sorrise, tornò indietro, salì su, come quando si va da un'amica, che si è vista sul balcone, — crudelmente, crudelmente. Quei convegni con un uomo che l'amava, in una casa appartata, in un salotto dove nessuno poteva penetrare, non avevano per lei nessun sapore di colpa, di tradimento.

Erano un'abitudine. Gli stringeva la mano come se lo incontrasse in una passeggiata; si faceva riabottonare il guanto, come in una festa da ballo; lo guardava francamente, negli occhi, come quando egli era nel salotto dell'Apollinare; gli parlava di cose profonde o di cose frivole, egualmente, come capitava; gli dava da leggere le lettere che si trovava in tasca; lo consultava sugli affari di famiglia; si era familiarizzata, come da amico ad amico, senza parlar mai più dell'amore, senza pensarvi più, con una franchezza ingenua e feroce.

Non così Sangiorgio. Quella familiarità continua, quelle confidenze intime, quei colloqui solitari, in una stanzetta calda, con la bella signora del suo cuore, quella mano che ella gli lasciava baciare, quel braccio che si appoggiava così mollemente sul suo, quei capelli ondulanti sulla fronte che ella gli lasciava accarezzare; tutta questa umanità muliebre penetrava nel suo sangue e nei suoi nervi, rievocandone la forza e la gioventù.

Era un uomo, infine: e quando quel viso adorato si piegava sul suo, vicinissimo, per dirgli qualche cosa; quando sentiva l'odore di quei capelli salirgli al cervello; quando quel corpo sottile si arrovesciava sulla poltroncina sotto l'impeto di un singhiozzo, o per la scossa di una fresca risata; quando quella fronte bianca s'inchinava sotto il peso di una preoccupazione, — egli era lì lì per prendere Angelica nelle braccia, dolcemente, furiosamente, ma tenacemente.