Troppo la divina immagine era diventata buona, familiare, amichevole, perchè egli non sentisse la donna in lei, con tutte le sue attrazioni, con tutte le sue seduzioni; troppo vivevano insieme, soli, sicuri, perchè egli restasse sempre il cristiano che adora passivamente; troppo era vero e grande l'amore suo, perchè non mirasse, finalmente, ad avere, tutta sua, quella donna.
Invano egli voleva scacciare quella tentazione, richiamandosi all'anima i primi dolci tempi purissimi, quando l'amore fluttuava nei campi dell'idea e del sentimento: che anzi, troppo grande essendo stata la dedizione, ecco, adesso era impossibile levarsi Angelica dal sangue e dai nervi.
Invano, invano: l'assorbimento dell'anima, assoluto, buddistico, di cinque mesi, aveva portato con sè anche l'assorbimento di un solo desiderio; il temperamento robusto, sobrio, semplice, invano usciva da quella contemplazione spirituale, non sapendo volere altro. Ed erano lotte quotidiane per non far leggere la verità ad Angelica negli occhi desiosi, per non farle intendere il tremito delle labbra desiose, per impedire alle braccia desiose di stringerla in un abbracciamento. Era uomo, infine: e combatteva con la disperazione interna tanto della vittoria quanto della sconfitta. La dolce donna gli sorrideva, accostava il suo viso a quello di lui, gli parlava sottovoce, inconscia, crudele e innocente: egli soffocava, chiudeva gli occhi, come se si sentisse perduto. Aveva promesso, aveva promesso: ma ella, perchè non intendeva? Ma non era donna dunque? Ma perchè giocare con quel cimento? Aveva promesso: ma era un uomo, non poteva durare a quella lotta. Come non capiva Angelica? Non avrebbe mai capito? Fino a quando sarebbe durata quella croce? Ecco, il tormento era superiore alle sue forze, tenerla accanto, bella, giovine, amata, nel silenzio, nella solitudine, — non poteva no, mancare alla sua promessa, ma glielo avrebbe detto, gli risparmiasse questo calice, lo abbandonasse, non venisse più...
Era un giorno di giugno, quand'ella, parlando di un'acconciatura di capelli, si ricordò di avergli promesso di fargli vedere disciolti i suoi.
«No, no,» mormorò lui.
«E perchè?» chiese ella, ingenuamente.
«Mi farebbe male.»
«Male?»
Nulla egli rispose: ella ridendo si tolse il cappello, cavò via tre forcinelle bionde, il pettine di bionda tartaruga e scosse i bruni capelli per le spalle, ridendo ancora, come una bimba che fa un giuoco.
«Come son belli, come son belli!» diceva egli con voce semispenta, pigliandone ogni tanto una ciocca, e baciandola.