«Si può entrare in camera vostra, per acconciarsi?» diss'ella, balzando in piedi, tutta rosea e fresca sotto quel manto.
Non era mai entrata lì dentro, non ne aveva mostrata la curiosità: ma ora non aveva neppure aspettata la risposta, era già entrata, familiare, confidente, senza sospetto. Pure era rimasta colpita innanzi a quell'azzurro listato di argento, così serio e così amoroso nel medesimo tempo. Si passava fra i capelli il pettine biondo, macchinalmente, senza guardarsi nello specchio Pompadour, come se pensasse a tante cose mai pensate. Accanto a lei, Sangiorgio non parlava. Poi, ella chinò un minuto gli occhi sulla coltre di velluto azzurro, vide la lettera maiuscola che vi era ricamata, vide quell'audacia e diede un leggiero grido di angoscia: guardò negli occhi di Sangiorgio e la verità le fu palese. Muta, raccolse i capelli sulla nuca, uscì di camera, rimise il cappello, prese i guanti, uscì senza volgersi indietro.
VII.
Sotto il portone di Montecitorio, Francesco Sangiorgio s'indugiava, mentre dietro a lui gli uscieri avevano man mano spento il gas della biblioteca, delle sale di lettura e di scrittura, degli uffici: egli guardava il cielo stellato estivo e la piazza, non sapendo decidersi a ritornare in casa. Un'alta figura magra, venendo dagli Orfanelli, gli si accostò, traendosi di bocca il sigaro, piegando un po' le spalle:
«Buona sera, Sangiorgio,» gli disse. «Siete libero?»
«Buona sera, don Silvio. Libero.».
«Ho da dirvi qualche cosa.»
«Andiamo al ministero, allora?»
«No, no, non al ministero.»
«... A casa vostra?»