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Era scivolato, durante la seduta, negli appartamenti del presidente, non volendo lasciarsi vedere. Di là gli aveva scritto un biglietto, offrendo le sue dimissioni, per motivi di salute; un biglietto secco secco, senza nessuna spiegazione. Nel consegnare la lettera all'usciere, un gran tumulto era accaduto nei suoi nervi, un fiotto di sangue parea lo soffocasse: dopo averlo visto scomparire dietro la porta, egli si era rovesciato sulla poltrona di raso giallo, invecchiato, affralito, come se uscisse da una malattia di dieci anni. Aspettava, aspettava, non osando muoversi, non osando girare in quella Camera donde egli, in quel giorno, volontariamente si esiliava: temeva di farsi vedere, come un colpevole, temeva d'intenerirsi, temeva di buttarsi per terra a piangere su tutto quello che moriva in lui in quel giorno. L'usciere ritornò, con un biglietto del presidente: la Camera, come si usa, a richiesta dell'on. Melillo, gli accordava un congedo di tre mesi. Ma non capivano, dunque, che voleva andarsene? L'agonia, dunque, doveva ricominciare? Dovette scrivere di nuovo al presidente: assolutamente, era ammalato, non poteva più fare il deputato. Ora passeggiava su e giù, nel salotto presidenziale, come un leone in gabbia: e ogni volta che arrivava presso la stanza da letto, un senso d'invidia lo afferrava.
Lì dietro, sopra un lettuccio, dove era stato trasportato, colpito da un morbo improvviso mentre discuteva alla Camera, aveva agonizzato un atleta giovane e audace della finanza; lì aveva avuto il supremo bene di poter morire, come un soldato sul campo di battaglia: e Sangiorgio invidiava questo morto. L'usciere ritornò: la Camera accettava le dimissioni, vista l'insistenza; — il presidente aggiungeva qualche amichevole parola di rimpianto, augurando buona salute. Era tutto: ed era finito. Macchinalmente Sangiorgio cercò la medaglina, il suo orgoglio, il suo amuleto, e fra le mani gli parve erosa, assottigliata, come se l'avesse consumata un fuoco. E uscì di là, lentamente, resistendo al forte desiderio di guardare un'altra volta le sale, i corridoi, gli ambulatori, la biblioteca, la buvette, i saloni degli uffici; uscì senza rivederli, avendo paura d'incontrare troppi deputati, di dover dare troppe spiegazioni, di dover stringere troppe mani — e lo sentiva, sì, lo sentiva, se qualcuno, il primo capitato, gli diceva addio, egli sarebbe scoppiato in singhiozzi, senza vergogna, come un fanciullo a cui è stata chiusa la porta della casa paterna. Meglio andarsene, come un indifferente, come un cattivo servo che non si ringrazia e non si saluta, che non vuol ringraziare e non saluta.
A un tratto, sulla piazza di Montecitorio, sentì come un vuoto profondo in sè, attorno a sè. Gli pareva di non aver più nulla da fare, di non dover andare più in nessun posto, di non dover più vedere nessuno: tutte le cose, le persone, i fatti avevano subìto come una scolorazione. Non voleva nè camminare, nè mangiare, nè parlare, nè pensare, tutto gli sembrava inutile, tutto: istintivamente si recò all'Angelo Custode, nel vecchio quartierino dove l'estate accumulava tanta polvere, e al nauseante odore dei bacherozzi univa tutti gli altri cattivi odori che venivano dal cortiletto; là si buttò sul letto, bocconi, con la faccia morta nei cuscini, con le mani abbandonate, nella inerzia mortale. Non aveva cercato di rivedere Angelica: a che sarebbe servito? Forse che qualche cosa in lei o nell'amore si sarebbe mutato, rivedendola?
Tutto era inutile, tutto. Aveva un forte debito col tappezziere, un altro con una banca popolare la necessaria rovina che porta con sè ogni amore onesto, ma illecito: ma che gliene importava? Avrebbe pagato, forse, quando avrebbe potuto, in un tempo vago: o se no, la rovina, tanto peggio, nulla poteva più commuoverlo, tutto era inutile, tutto. Non aveva voluto neppur rivedere il quartierino di Piazza di Spagna, tutto profumato e caldo ancora della presenza di Angelica, non aveva voluto baciare il posto ove ella si era seduta: le memorie doveano inabissarsi nel passato, le testimonianze del passato dovevano perire. Non aveva neppure voluto fare un giro per Roma, per la città prediletta, per la città dei suoi sogni, che lasciava fra due ore.
Nulla serviva più a nulla: tutto era inutile, tutto.
Giacchè tutto era finito, meglio sprofondarsi sul gramo lettuccio del quartierino mobigliato, fra il sudiciume e i cattivi odori; meglio non vedere, non sentire più nulla, poichè tutto era finito. E certo era un sonnambulo colui che andava su e giù, nello stanzone della stazione, avendo preso un biglietto di seconda classe per un paesello ignoto della Basilicata, poichè non gli bastavano i quattrini a comperarne uno di prima: era un sonnambulo che non vedeva le persone e le urtava, mentre aspettava la partenza del treno per Napoli; che non badava nè alla sua valigetta, nè al venditore ambulante che gli offriva i giornali, nè al vento estivo che facea vacillare le fiammelle a gas; era un sonnambulo colui che cercava il suo posto, sospinto dalla voce dell'impiegato.
Che lungo sogno! Ai primi sbuffi del treno che parte, un grande colpo nel cuore che sveglia quel pallido sonnambulo; egli si affaccia allo sportello e vede Roma, nera, alta, immensa, nei suoi sette colli che brillano di lumi; e ritira il capo, si abbatte sul sedile, come morto. Poichè, in verità, Roma lo ha vinto.
FINE.