Presto presto, per finirla, egli si fece condurre sempre in carrozza, alla salita di Capo le Case, la via chiara ed allegra, tutta sole, che taglia in mezzo quella dei Due Macelli. Un'aria di signorilità, di tranquillità aristocratica, veniva dalla vicina Piazza di Spagna, da Via Sistina, da Via Propaganda, da Via Condotti, il centro più esotico di Roma. La porta 128 si trovava dirimpetto ad una bottega di biscotti inglesi, di conserve, di liquori, di saponi, ciò che gl'Inglesi chiamano grocery, da cui usciva un sentore pungente e quasi caldo di spezierie: dall'altra parte una bottega di fioraio, piena di portafiori di giunco, di vimini dorati, di tronchi grezzi, che aveva, nella mostra, delle rose invernali, e financo in un vasettino, un ramoscello di mughetto, una primizia delicata. La scaletta era di marmo, netta, illuminata, dall'alto, da una finestra sul tetto. Sopra ogni pianerottolo davano tre porte, di legno biondo, un acero venato, coi pomi lucidissimi di ottone, per bussare. Un servitorello in mezza livrea venne ad aprire, subito, e fece entrare l'onorevole Sangiorgio in un salottino semibuio, dicendo che la signora sarebbe venuta a momenti: l'onorevole sentì un tappeto molle in terra e sedette, tastando un poco, sopra una poltroncina, bassa e soffice. Così, nella penombra, distingueva un tavolino coperto di felpa gialla, d'oro, un portacenere giapponese, un vaso di vetro veneziano. Ma un lieve passo si udì: la signora s'intravedeva, alta, non grassa, ma pienotta, con acconciatura corretta di capelli castagni tutta ondulata dal ferro della pettinatrice e ornata di fornicelle di tartaruga bionda; con un vestito di lana nera, semplice, di una stoffa molle, un goletto alto di tela bianca, chiuso da un ferro di cavallo in oro.
«Vuol favorire?» chiese la signora.
Uscirono insieme sul pianerottolo: ora si vedeva il pallore opaco, di avorio, di quel volto trentenne e gli occhi di un nero cupo, torbido, di carbone, con qualche cosa di claustrale, dentro. La mano bianca e grassa della signora si arrotondò mollemente sulla chiave. Il quartino era piccolo, ma luminoso, gaio, come se fosse nel sole dell'aperta campagna. Il salottino aveva un mobilio di tela stampata, grigio e rosa, molto carezzevole alla vista: lo specchio era ovale con una cornice di legno, intagliato; una dormeuse, lunga e bassa, era distesa presso il balcone, innanzi a cui pendevano delle tendine larghe, di mussola ricamata, molto fitta: senza bracciuoli, a pieghe profonde, esse trascinavansi per terra. Una grande raggiera di fotografie era disposta bizzarramente sul muro, come se vi fossero state buttate a caso: un tavolincino da scrivere, minuscolo, su cui era appoggiata una cornice da fotografia, di felpa rossa, senza ritratto. La stanza da letto aveva un mobilio di raso in lana azzurro-pallido, una coltre simile sul lettuccio, velata da un largo merletto bianco; la toletta era tutta di mussola bianca ricamata, con fiocchi di nastro azzurro; l'armadio era a specchio; e alla finestra, oltre le molli tendine che trascinavansi sul suolo, ai vetri erano attaccate certe cortinette di seta azzurrina, a flotti, a ondatine.
«Vi è anche un gabinettino da toletta,» mormorò la signora, senza sorridere.
«Non si voglia incomodare» soggiunse l'altro.
«No, no, voglio farvelo vedere: è importante, ha una porta sulla scala.»
La signora, con quel suo viso corretto, un po' grosso, un po' impastato, come quello di certe teste antiche romane, non chinò neppure gli occhi sul lavabo di marmo, dai cui bastoni di legno giallo pendevano gli asciugamani spiegati: aprì una porticina, dava di nuovo sul pianerottolo, era la terza porta: quel quartino di due stanze e mezzo aveva due ingressi liberi.
«È una casa comodissima,» soggiunse ella semplicemente, guardandosi una mano e soffregandola per farla diventare più bianca. Nel suo vestito nero, dalle pieghe statuarie, con la pallida e quieta faccia di matrona romana ella imponeva rispetto. L'onorevole Sangiorgio le parlò come a una gran signora.
«Il quartino è un po' troppo elegante, per me,» disse. «Mi piace molto, ma sono pochissimo esigente.»
«Oh!» fece la signora, quasi non ci credesse, con una lusinghiera intonazione di cortesia.