Avanti, quattro o cinque signori, in soprabito e cappello basso, andavano tutti seri, quasi misurando il passo; il portabandiera aveva sul soprabito una tracolla di pelle, con un anello di metallo sulla pancia per reggere la bandiera, mentre una tuba lucida gli si abbassava fieramente sull'orecchio. Poi una ventina di uomini vecchi, in cappello di feltro molle, con certi soprabitoni grevi e pelosi, di antica data: chi aveva tre, chi quattro medaglie, varî andavano curvi, uno, zoppo, si trascinava a stento reggendosi sopra un bastone. Era un manipolo di reduci dalle battaglie 1848-49; qualche giovanotto, molto meno che trentenne, vi era frammischiato. In coda, le facce equivoche, brune, lucide, dai mustacchi a spazzola, di due guardie travestite, in giacchetta, cappello basso sull'orecchio, passo militare e bastoncino di giunco sotto l'ascella. I giovanotti del Caffè Aragno nemmanco si voltarono, abituati a vederne passar tante di queste processioni, indifferenti oramai: sui marciapiedi qualche persona si fermava distratta: i due giornalisti discussero un momento, davanti a Morteo, poi l'uno si decise, e si staccò dall'altro, si strinse nelle spalle e si unì alla dimostrazione, col contegno dell'uomo disoccupato. Francesco Sangiorgio non si mise in fila, ma costeggiò la dimostrazione, tenendosi sul marciapiedi, studiando il passo. Ogni tanto, lungo la strada, agli Orfanelli, ai Pastini, qualcuno si univa. In Piazza della Rotonda, dinanzi al Pantheon, ove il gran re dorme, la bandiera s'inchinò, i vecchi reduci si cavarono il cappello.

La dimostrazione proseguiva il suo cammino, infilando certe strade strette e oscure della vecchia Roma, allungandosi, assottigliandosi in quei vicoli dove possono andare di fronte solo quattro persone: ed era dappertutto un gran silenzio di botteghe chiuse, di finestre chiuse, di androni vuoti, una gran pace festiva che lasciava deserte le vie, che assorbiva, dietro le mura delle case, tutta la giocondità natalizia. Tratto tratto la bandiera oscillava, ma subito il portabandiera la rizzava nell'anello, con un moto energico.

Una breve sosta fu fatta all'imboccatura di ponte Sisto. Qui un poco di animazione cominciava: sui due larghi marciapiedi, varie persone, ferme, contemplavano il fiume, tutto biondo sotto uno smorto sole invernale, delle carrozze passavano, al trotto, sobbalzando sulla curva fortemente pronunziata del ponte. Tutt'intorno, al principio di Via Giulia, verso piazza Farnese, laggiù verso il Politeama, era un largo rinnovamento edilizio: mucchi di pietre, pile di mattoni, macerie accumulate, muri di case in demolizione, piccoli laghetti bianchi di calce assodata, carriuole di muratori con le braccia in aria, alte impalcature di legno su cui già la réclame aveva steso i suoi cartelloni: a monte e a valle, a destra e a sinistra, ancora delle demolizioni: poi il tronco di una strada già selciata, i lavori della sistemazione del Tevere già cominciati, un Lungo Tevere abbozzato. La leggiera nuvola dello scirocco avvolgeva l'orizzonte verso la Farnesina e l'acqua gialla scintillava lievemente. Una grossa zattera nera tagliava in mezzo il fiume, immota, messa in quel punto per i lavori: pareva una macchina da guerra. Una quiete era anche lì, come una sospensione di vita, come un sogno nella dolcezza invernale del pomeriggio.

Sangiorgio si trasse di lì a stento, e rizzandosi sulla punta dei piedi, vide la bandiera dell'associazione che penetrava in Trastevere. Di nuovo cominciò lo sfilare taciturno per i vicoli sinuosi di quel quartiere estremo; qualche popolano in abito da festa si univa alla dimostrazione: erano, adesso, un centinaio di persone. A un gomito di una piccola strada, tutt'a un tratto, con una improvvisa rischiarata di orizzonte, si trovarono in un grande viale. Da una parte, dietro un breve parapetto, era Roma, tutta chiara nella luce; dall'altra, una proda verde, la cresta del Gianicolo, si elevava; a mezza costa, l'Accademia di Spagna mostrava le sue fondamenta, intorno a cui girava il gran viale ascendente. Tre o quattro volte, l'associazione dovette farsi da parte per lasciar passare qualche equipaggio che trottava vivamente alla salita, senza far rumore, sulla ghiaia; qualche profilo femminile appariva e spariva dietro i cristalli. A un punto, dove il viale piegava ancora, innanzi alla villa Sciarra, fra due siepi aristocratiche di agavi fiorite e di pioppetti giovani, un signore fermo chiamò:

«Onorevole Sangiorgio?»

Questi trasalì, si voltò e scorse l'onorevole Giustini, un deputato toscano, con cui aveva parlato tre o quattro volte, essendo vicini di posto, all'ultimo banco del loro settore, al centro destro. Lo raggiunse.

«Segue la dimostrazione, collega?» domandò Giustini, con la voce velata d'ironia e di stanchezza.

«Da curioso. E Lei?»

«La guardo passare: fo da spettatore. Già l'è sempre la stessa cosa.»

Il Toscano aspirava la lettera c, fortemente, e parlava senza guardare in faccia il suo interlocutore, con certe voltate di testa sulle spalle, come uomo infastidito. Camminarono insieme, con un accordo tacito.