L'onorevole Giustini non era nè zoppo, nè gobbo, nè propriamente sciancato, ma trascinava straccamente le gambe, portava per malvezzo una spalla più alta dell'altra e il collo raggricchiato come quello della testuggine, le braccia e le mani penzoloni, come se non sapesse che farne e gli dessero noia. Un viso terreo, un par d'occhi chiari, scialbi e una barbetta rada e fulva, divisa sul mento. Tutto un contegno di uomo seccato, un'aria di rachitismo fisico e morale.

«Le dimostrazioni, le passeggiate con le bandiere, le corone deposte sopra una lapide, tutte si rassomigliano fra loro. Ne avrò viste mille, ne avrò anche fatte: quando si è stati giovani e studenti di legge, chi può garantire di non aver dimostrato

«Anch'io, all'Università,» rispose Sangiorgio.

«Chi ci crede a queste frottole?» riprese l'onorevole Giustini, dando in una energica stretta di spalle. «Bisogna avere vent'anni o sessanta, l'età in cui si è scempiati.»

«Non dica male della gioventù, onorevole,» rispose Sangiorgio, abbozzando un debole sorriso.

«Già, già, gioventù, amore, morte, le tre cose che ha cantate Leopardi: veramente ne ha cantate due, ma l'altra ci sta dentro. Tutti Leopardiani i meridionali, nevvero? Eppure, che famoso seccatore quel Leopardi! Era gobbo, ne ha profittato per far versi o per annoiare la gente. Anch'io son mezzo gobbo, ma non fo versi, perdio! E non secco neppure i miei colleghi della Camera, parlando.»

«Infatti non ha mai parlato, dall'apertura della sessione.»

«E sì che i colleghi miei non hanno la cortesia di contraccambiarmi. Che riunione di chiacchieroni incorreggibili, quante parole inutili, quanto fiato sprecato!»

Respirò lungamente; aveva lo sguardo smorto che filtrava attraverso le palpebre socchiuse. Sangiorgio lo ascoltava e lo guardava, lasciandolo discorrere e non parlando, continuando nel silenzio che serbava da due mesi che era in Roma, quello studio profondo degli uomini e delle cose, che doveva essere una delle sue forze. Camminando adagio, erano giunti a un altro gomito del viale. Ora, sul piazzale, un vasto orizzonte si apriva: di nuovo Roma vista da una terrazza semi-circolare. Si era a livello dell'Accademia di Spagna: innanzi al grande portone due o tre carrozze aspettavano, una di cardinale: il cameriere, sbarbato, senza un pelo, la faccia di chierico, vestito di nero, passeggiava più in là. La dimostrazione saliva sempre, verso l'acqua Paola, il fontanone sonante e clamoroso. Le persone che passeggiavano, si fermavano a vederla passare. Un signore alto e magro, con una barbetta bionda brizzolata, scambiava dei saluti coi reduci, mentre sfilavano, restando accanto alla siepe.

«Quello vorrebbe crederci ai tempi moderni e non può,» ricominciò la voce maligna di Giustini. «Quello sì, un bell'uomo, sì, proprio quello, con la tuba, è Giorgio Serra: l'avrà inteso nominare. Un bel tipo: un apostolo, un poeta, ma dentro, certo, ne deve aver accumulato di delusioni! È in buona fede, lui: uno dei pochi democratici simpatici. Del resto, in arte è aristocratico: ama il popolo, poichè ha un bell'animo affettuoso e deve per forza amare qualche cosa, ma odia la volgarità. Vedrà che sale al Gianicolo per la commemorazione, ma che non parlerà: è delicato come una donna, in certe cose. Ora gli passeremo davanti; mi saluterà freddamente: egli odia il centro, alla Camera. E ha ragione: nulla è più odioso del centro, a cui abbiamo l'onore di appartenere, onorevole collega.