«E perchè ci sta, Lei, onorevole Giustini?»

«Oh, io!» fece l'altro con un gesto di noncuranza.

Nell'ampia vasca cadeva fragorosamente l'acqua da tre bocche; due serve erano sedute sul parapetto del bacino e discorrevano; un prete tedesco guardava, da un terrazzino, Castel Sant'Angelo, il fiume e giù, a picco, la diritta Via della Longara in Trastevere, sotto villa Corsini. La dimostrazione imboccava Via Garibaldi; alla coda si era messo Giorgio Serra, guardando la campagna ed il paesaggio di Roma amorosamente. I due deputati avevano affrettato il passo, ma dovevano ogni tanto sostare per gli equipaggi signorili che transitavano.

«Tutte queste signore vanno alla commemorazione?» domandò Sangiorgio.

«Sì, proprio!» ghignò Giustini. «Non lo sanno neppure che vi è una commemorazione. Vanno a villa Pamphily, a passeggiare: è venerdì ed il tempo è bello: vale a dire, è il grande scirocco romano che fa mangiar poco, dormir molto, ammollisce i nervi e fiacca la volontà. Del resto, le donne sanno quel che si fanno».

«Bah!» fece Sangiorgio, con un atto di disprezzo per le donne. Giustini lo guardò a lungo, come per giudicarlo mentalmente, ma non gli volse domanda. Passavano Porta San Pancrazio, la Via delle Mura s'inclinava, stretta e sinuosa, a diritta verso la Valle dell'Inferno e il Vaticano, a sinistra verso villa Pamphily. Un'osteria di cocina con vino delli castelli, innanzi a cui stavano ritti ed indifferenti due carabinieri: poi una strada con una siepe di spini che la divideva; a sinistra, una muraglia alta e bigia, scrostata; a un punto, in una sporgenza, una porticina di legno tarlato, su cui era scritto il nome del podere e della villa che era dietro quella muraglia: Il vascello. E il nome, glorioso, bastava — e la lapide sul muro era inutile — e le corone secche e fradice dalla pioggia erano inutili: — bastava il nome.

La dimostrazione si era aggruppata sotto la lapide commemorativa, lasciando un po' di spazio libero per le carrozze che sfilavano sempre verso villa Pamphily; i carabinieri si erano avvicinati. I vecchi reduci erano tutti riuniti intorno alla bandiera e stavano muti, ricordando: i due deputati si tenevano a una certa distanza; Giustini faceva una smorfia bruttissima di stanchezza; Sangiorgio, punto dalla curiosità, osservava. Un operaio salì sopra una scala di legno appoggiata al muro, tolse le vecchie corone e le buttò via, spazzò col gomito la lapide e vi sospese la corona fresca: giù, si applaudì. Dall'alto della muraglia, un contadino, il guardiano del podere, una di quelle facce pallide e malinconiche di contadini romani, guardava indifferente. Poi, sul sedile di una carrozza da nolo, a un cavallo, che stava addossata alla muraglia, un uomo sorse per parlare; gli studenti lo applaudirono.

Era un giovinotto biondissimo, grassotto, con certi occhietti languidi azzurrini, con un mustacchietto appuntato, con le mani pienotte e bianche come quelle di una donna, con le unghie lunghe e rosee e un anello di brillante al dito mignolo. Era vestito con una raffinatezza da parrucchiere, aveva una faccia serena e fresca, tutta piena della soddisfazione di esistere, mentre gli occhietti roteavano con inclinazioni di beatitudine. Aspettò che si finisse di applaudire, per parlare; anzi fece un cenno con la mano, perchè si cessasse. Tutti si ristrinsero intorno a lui per ascoltarlo, reduci, studenti, operai, carabinieri e guardie.

Il giovanotto, con una voce fievole, ma ben modulata, di tenorino da salotto, con pause sapienti, girando il capo con una lentezza graziosa di donnina civettuola, gesticolando con sobrietà, spiegò come e perchè, dopo la commemorazione di aprile, se ne facesse un'altra in dicembre: e subito si ingolfò in una descrizione dell'assedio di Roma, come se vi fosse stato; i reduci crollavano il capo innanzi a quell'elegante giovinotto, essi che vi erano stati. Egli aveva una loquela facile, ma lenta: a un tratto, parve riscaldarsi e se la prese coi preti, col Vaticano, di cui parlava accennando a sinistra, verso la muraglia, vagamente, con un gesto di attrice giovane, arrotando le r. I pochi veterani, distratti, assorbiti, non lo ascoltavano più, compresi dai ricordi di quel sacro colle, dove essi avevano combattuto per la redenzione della patria, dove i loro compagni d'arme erano caduti col volto sfigurato, o col petto spezzato dalle palle dei cacciatori di Vincennes. Ogni tanto, fra di loro, mormoravano una frase, si rammentavano un fatto, col capo chino, con le mani appoggiate sul pomo del bastone.

«Nella notte si sentivano i Francesi chiacchierare allegramente sotto le loro tende...»