«Ve lo rammentate voi il moro di Garibaldi che morì con una spalla fracassata da una scheggia di bomba francese?...»
«Com'era bello il colonnello Manara...»
«Bello e valoroso...»
Il giovinotto finiva con un'apostrofe ai sette colli di Roma, infarcita di storia romana. I suoi compagni, gli studenti, si affollarono più strettamente intorno alla carrozza da nolo, applaudendo, stringendogli la mano, acclamandolo. Ed egli si curvava, tutto amabile, sorridendo, prodigando le strette di mano, interrompendole per passarsi sulla fronte bianca una pezzuola di batista, dal largo orlo nero, profumata di fieno. Gli operai e i popolani restavano poco convinti, niente scossi, con quel riso sarcastico romano che poche cose vincono. Una voce circolò:
«Serra! Serra! Dov'è Serra? Parli Giorgio Serra!»
Ma Serra non rispondeva. Forse si nascondeva, umile, tra la folla. E la folla si mosse in vario senso, come se in lei avvenisse una cerna.
«Serra, Serra!» si ripeteva ancora, quasi evocando quella bella testa di poeta e di artista.
Ma Serra non vi era. Forse, mite sognatore che qualunque realtà nauseava, era disceso lentamente in quella Roma che egli amava, o, più probabilmente, costeggiando la grande siepe fiorita di biancospini e di roselline, era andato a passeggiare per gli ampi viali, profondi e raccolti, di villa Pamphily, ritrovando le sue care illusioni in quella verdezza di campagna, impregnandosi di quell'alta bellezza naturale.
«Gliel'ho detto,» mormorò Giustini a Sangiorgio, «che Serra sarebbe scomparso: egli odia la rettorica».
«E fa male: la rettorica è una forza,» ribattè Sangiorgio.