Per la seconda volta il deputato toscano squadrò il deputato meridionale, con un lieve accenno di meraviglia sulla faccia. Quei due, non li univa nè l'affetto, nè la simpatia, nè altro interesse; solo la curiosità, il desiderio di conoscersi, misto a un senso di diffidenza, di due maestri di scherma che si mettono in guardia e non si arrischiano ancora a un vero assalto. Attorno a loro la folla si disperdeva lentamente; la bandiera era andata già via, i veterani s'incamminavano per la discesa, sbandati, a gruppi di due o tre, schiene curve nei rozzi soprabitoni e gambe un po' vacillanti: qualcuno, ogni tanto, si voltava a dare un ultimo sguardo al Vascello e si fermava.
Il giovane oratore era sceso dalla carrozza con un salto e si era unito ai suoi amici studenti: aveva spiccata una rosellina dalla siepe e se l'era posta all'occhiello: camminando verso Roma, in fila di quattro o cinque, egli si teneva la mazzettina di balena sotto l'ascella e s'infilava delicatamente un guanto. Una comitiva di operai era salita all'osteria di cocina: sopra una terrazzina e intorno a una tavola grezza, si beveva di quel leggiero vino giallo che sa di zolfo. E dopo dieci minuti non vi era più nessuno sotto la lapide ai caduti del 1848: la villa del Vascello serbava, nella solitudine, il suo aspetto di casa smantellata, cui è rimasta solo la facciata in piedi. Sulla cornice dell'alta muraglia che chiude il podere, il contadino solo restava: col capo appoggiato al pugno chiuso, guardava giù, indifferente.
I due deputati erano discesi sino al piazzale presso la fontana di Paolo III, camminando piano. Un principio di umidità crepuscolare filtrava attraverso lo scirocco, o piuttosto lo scirocco diurno, tepido, si tramutava nell'umido scirocco notturno che invade la città al cader del giorno. Gli equipaggi signorili discendevano da villa Pamphily, tornando verso Roma. Appoggiati al parapetto della terrazza che guarda la città, i due deputati seguivano con lo sguardo le carrozze. Due o tre volte Giustini salutò, con una scappellata secca e breve di uomo poco galante, e subito dopo, come se parlasse a sè stesso:
«La Baldassarri, una contessa bolognese, bella donna, moglie di un senatore vecchio. Una sciocca da cui non vado più; ha la smania dei poeti, ne ha sempre vari in collezione, un barbaro, un sentimentale, un naturalista, financo: quelli che fanno i sonetti per nozze sono accolti con una certa considerazione. È la donna per cui si fa più consumo di rime e di parole sdrucciole.»
«Questa qui è la Gagliardo, una baronessa: brutta, mediocre, intrigante e cattiva. Medita, continuamente, in silenzio, la caduta del ministero. Quando cade, per opera altrui, ella ha l'aria trionfante. È così crudele che fa le visite alle mogli dei ministri, il giorno in cui i mariti sono caduti. Del resto, lancia i deputati giovani o crede di lanciarli. I disgraziati illusi le fanno la corte: è una donna importante. Nel suo salotto il thè è insipido, ma la maldicenza è saporita.»
«Ci andate voi?»
«Io no, non più. Sono forse un deputato giovane?... Ah, ecco la moglie di Sua Eccellenza.»
Il saluto fu profondo, da ambedue. E la serena donna rispose, dolcemente, chinando la testa dietro il cristallo. Sangiorgio non disse nulla, con un lieve tremito in sè, aspettando e temendo il sarcasmo di Tullio Giustini.
«Bella donna, la moglie di Sua Eccellenza,» mormorò il deputato toscano: «troppo bella e troppo giovane, per lui. Gli è persino fedele, non si sa perchè. Le sue amiche la odiano cordialmente, ma è di moda l'ammirarla. È virtuosa... per calcolo, per ipocrisia o per freddezza di temperamento?»
«Ci andate, voi?» chiese Sangiorgio.