«No: sono troppo ministeriale.»

«Vale a dire?»

«Che ne farebbero di me? Son un convertito, io: non si predica che ai dubbiosi. Eppoi, diventerei di opposizione, se frequentassi la sua casa. Mi fa troppa rabbia vedere un marito magro, segaligno, arrabbioso e corroso dalla politica, sequestrare una moglie giovane. Eppoi, eppoi, donn'Angelica è troppo buona: mi guasterebbe.»

«Donn'Angelica?» ripetette sottovoce Sangiorgio.

Ma Giustini non lo intese: si era scappellato di nuovo, dinanzi a un coupè che passava. Questa volta, la carrozza piccolina si fermò, una manina lunga, inguantata di nero, abbassò il cristallo e chiamò a sè il deputato toscano. Sangiorgio restò solo, a guardare il collega che, appoggiato il corpo allo sportello, col capo dentro la carrozza, pareva chiacchierasse.

Di lì a poco, Giustini ritornò presso Sangiorgio, e gli disse:

«Venga, La presento alla contessa Fiammanti.»

Sangiorgio non ebbe tempo nè di resistere nè di rispondere: si trovò accanto alla carrozza.

«Contessa, l'onorevole Sangiorgio, deputato per Tito, meridionale e novellino.»

I begli occhi grigi della contessa lampeggiarono di malizia: la sua bocca sottile si piegò a un sorriso.