«Ho detto qui, a Giustini, di presentarvi, onorevole, dopo aver saputo che siete del Mezzogiorno. Quanto vi deve sembrar noiosa Roma, onorevole! Oh, Napoli è così bella, io l'adoro, signore! Mio marito era napoletano: io ho imparato da lui l'amore per Napoli e per tutte le cose di laggiù. Vedete, io do subito del voi. Quel vostro Lei, Giustini, che orrenda cosa! Io preferisco di non udirvi, quando dovete parlare in quel modo glaciale.»

«Per questo non mi lascia dire mai, contessa, quando comincio...»

«A farmi la corte? no, caro Giustini, vi voglio troppo bene per lasciarvi continuare. L'amore è una vecchia farsa, di cui nessuno ride più. Vi par viso da pianto, il mio? Onorevole Sangiorgio, noi dobbiamo sembrarvi molto frivoli, nevvero? Sappiamo anche esser seri: per esempio, quando Giustini mi racconta la politica. Mi interessa moltissimo la politica: mi ci diverto. E voi?»

«È la sola cosa che m'interessa,» disse, un po' rudemente, Sangiorgio.

«Oh, quanto mi ci diverto!» esclamò la signora, senza mostrare di aver notata la scortesia.

«Per divertircisi bisogna non amarla assai,» mormorò Sangiorgio, ma con tanta espressione che la bella contessa, profumata di viole, lo guardò un momento.

«Dunque, Giustini, fra un paio d'ore, nevvero? Onorevole Sangiorgio, sono in casa tutte le sere dispari, il tre, il cinque, il sette. Non vi obbligherò a prendere il thè. Si fuma da me. Io canto abbastanza bene. Non ci sono altre donne. Arrivederci, onorevole.»

E appena essi si scostarono, la carrozza fuggì verso Roma.

«Che è questa signora?» chiese Sangiorgio a Giustini.

«Che gliene importa, a Lei? Non Le piace?»