E le variazioni dei bisogni, delle necessità, sono infinite: ognuna di quelle persone ha dentro l'anima un cruccio, un desiderio insoddisfatto, una illusione vivace e tormentosa, una cura segreta, un'asprezza di aspirazione, un malcontento: e sulle facce corrisponde una contrazione spasmodica, uno stringimento di labbra colleriche, una dilatazione di nari che tremano all'urto nervoso, un aggrottamento di sopracciglia che contrista tutto il viso, una convulsione di mani che si serrano nelle tasche del paletot, una curva malinconica nel sorriso femminile che va discendendo di delusione in delusione: e insieme un concentramento profondo, una dimenticanza di tutti gli interessi altrui, un pensiero unico, una idea fissa, per cui si guardano, s'incontrano, si urtano, ma par quasi che non si sentano e non si vedano. La sala è sudicia sul pavimento, sporcata dai piedi che hanno attraversato le pozzanghere dei vicoli, tutta macchiata di grossi sputi di persone raffreddate.
«Chi ha chiesto l'onorevole Moraldi?» grida la voce dell'usciere.
«Io», risponde un vocione imponente, un uomo grasso e grosso, con la pappagorgia rossa.
«Prega di aspettare un poco: parla il signor ministro.»
E il grosso uomo si pavoneggia nel suo soprabitone caldo, che descrive una curva sensibilissima sulla pancia. Qualcuno lo guarda con invidia, poichè il suo deputato lo ha almeno pregato di aspettare, mentre altri si dànno per assenti, o mandano secco secco a dire che non possono venire. Forse lo invidiano per quel soprabitone caldo, poichè quanti abiti troppo leggieri coperti da un meschino paletot ragnato, quante giacche di autunno portate ancora nell'inverno, con una disinvoltura rassegnata, quanti calzoni sale e pepe sotto un soprabito verde, quanti calzoni di un giallore offuscante sotto la stoffa color cannella di un vecchio e logoro soprabitone!
Il movimento continuava; quelli che avevano avuto un rifiuto definitivo restavano un po' indecisi, con la faccia smorta, guardando verso l'uscio, quasi non avessero il coraggio di uscire, pel freddo; poi si decidevano ad andarsene, le spalle curve, lentamente, senza voltarsi. Per uno che ne usciva, due o tre ne entravano: la sala non si vuotava mai: gli uscieri andavano e venivano da quella porta, che pareva quella di un tabernacolo: le risposte negative piovevano.
«Chi ha cercato l'onorevole Nicotera?»
«Io,» rispondeva un uomo alto e magro, con un collo scarnato, una faccia scheletrita, con pochi peli incolori.
«Vi è: si scusa, non può venire.»
L'uomo dalla magrezza fantastica si piegava in due, come un bruco, sul banco, scriveva un'altra scheda, la consegnava a un altro usciere, che tornava, gridando: