«Chi ha chiesto l'onorevole Zanardelli?»
«Io,» rispondeva quella vocetta sibilante.
«Vi è: parla il ministro, non può venire.»
Lo spettro scriveva ancora, senza perdere la pazienza.
Ma un deputato, più arrendevole, era uscito all'appello di colui che lo desiderava, accogliendolo con una certa premura frettolosa, conducendoselo nell'altro salone dove avvengono le conversazioni fra clienti e deputati. In quel salone vi erano tre o quattro signore, sedute nell'ombra, aspettando, con le mani nel manicotto. Il deputato e il cliente andavano su e giù: il cliente discorreva con vivacità, gesticolando, e l'onorevole lo ascoltava, con gli occhi bassi, attentamente, chinando il capo ogni tanto per approvare.
Nella sala d'aspetto l'attesa aveva stancato tutta quella gente: una lassezza fisica e morale piombava su loro: la nuova delusione, in quella caduta di giornata, spezzava le loro gambe; qualcuno si appoggiava al muro; sulle ginocchia della vedova il bimbo si era addormentato, un silenzio regnava. E miserie vere o false miserie, desiderii di cervelli oziosi, o pii ferventi desiderii di anime laboriose, necessità in cui il vizio ha fatto precipitare o infortuni immeritati, ambizioni modeste, fantasticherie di nervi esaltati, sete di giustizia di mattoidi ostinati: tutta questa intima pena umana, sopportata in silenzio, si confondeva in un senso di oppressione, di mestizia, in un sentimento di abbandono, in un rammarico sconsolato di essere venuti là, un'altra volta, a picchiare a quella porta che non voleva aprirsi. Già ardevano le fiammelle del gas, vivamente, ma battevano sopra facce scomposte, in una prostrazione, in una immobilità di gente morta. Tre uscieri vennero fuori dalla porta, uno dietro l'altro:
«Chi ha chiesto l'onorevole Sella?»
«Chi ha chiesto l'onorevole Bomba?»
«Chi ha chiesto l'onorevole Crispi?»
«Io, io, io,» rispose la vocina piccola dell'uomo scheletro.