«Quanti pezzi?» domandò ella, tenendo sospesa la morsetta d'argento.

«Due».

Mentre prendevano il caffè, Sangiorgio guardava il salotto. Vi era stato un momento, prima del pranzo, mentre la contessa era di là a cambiarsi di vestito. Era un salotto piccolo, senza tavolini, senza mobili di legno, tutto pieno di poltrone, poltroncine, divanetti, sgabelli, una stanzetta senz'angoli: anche il pianoforte era dissimulato sotto una quantità di stoffe turche e persiane: sul muro, un pezzo di piviale roseo, ricamato in oro, brillava.

«Vedrete, vedrete, Sangiorgio: domani molti deputati vi si faranno presentare. Voi godrete tutte le dolcezze del successo».

«Bisogna crederci all'ammirazione dei colleghi?»

«No, caro amico, ma goderne. Una quantità di cose umane, belle e buone, sono false nella loro essenza. La saggezza è di approfittarne, di prenderle come sono, senza chiedere di più».

E gli diede un'occhiata, alla sfuggita, rapidissima. Egli capì subito: lo assisteva in quella piccola stanza la stessa lucidità che, nella giornata, innanzi alla Camera, lo aveva soccorso nella sua audacia.

«Anche l'amore è così,» mormorò lui.

«Specialmente l'amore,» rispose donna Elena, spalancando i suoi occhioni bigi che avevano delle tinte turchine, quella sera. «Vi siete mai innamorato, Sangiorgio?»

«Mai molto,» disse subito lui, «... ancora,» soggiunse.