Dopo un momento, una voce delicata e toccante cantò le prime note dell'Avemaria di Tosti. Francesco Sangiorgio trasalì, come a un suono inaspettato, impensato. Invero, la voce di donna Elena non rassomigliava a donna Elena, o, piuttosto, le rassomigliava per un lato solo, e, per gli altri lati, la completava.

Invero, donna Elena ritrovava, ogni tanto, nel canto, la nota sua, il suo carattere; ritrovava quella nota grave di contralto, un po' rauca, calda, che scuote le fibre, quel tono basso e amoroso, che è una confidenza passionata e una gelosia improvvisa: e per codesto lato la voce le rassomigliava. Ma ella trovava anche la dolcezza molle di intonazione, la purezza di una nota filata senza un tremolìo, la delicatezza di un canto quasi infantile, la tenerezza fluida di una voce innocente di giovanetta: ella ritrovava, nota eccezionale nel canto, una voluttà quasi ideale, una trasfigurazione armoniosa della sensualità, un poetizzamento supremo: per questo, la sua voce la completava.

Dimentica di colui che l'ascoltava, ella cantava, la testa un po' arrovesciata, gli occhi tanto illanguiditi che le ciglia ombreggiavano le guance, la bocca appena schiusa, senza fare una contorsione, la gola che si gonfiava, bianca nel colletto nero e oro della maglia, con le mani che scorrevano lievi lievi sui tasti, staccandosene delicatamente come se li carezzassero. Una nuova dolcezza, una nuova serenità pareva che si fossero diffuse per quella stanzetta, sin allora dominata da un ambiente acre e provocante: una blandizie si allargava sulle cose inanimate, temperandone la vivacità. Donna Elena cantava la malinconica romanza di Schumann, il cui ritornello sembra più un novo contristamento che un conforto, tanto la musica ne è acutamente triste:

Va, prends courage, cœur souffrant...

e Sangiorgio l'ascoltava, pensoso, alla fine di quella giornata trionfale, preso da una emozione ignota di dolore.

II.

L'ultimo veglione, l'ultimo martedì di carnevale, al Costanzi. La gente minuta che di carnevale ha solo il veglione pel divertimento serale, tutti gli studenti che hanno ancora dieci lire in saccoccia, tutti gl'impiegati che si abbandonano a una piccola orgia onesta, tutt'i commessi di negozio la cui bottega restava chiusa il domani, piccoli avvocati e piccoli dottori, tutti costoro e altri ancora, sfilavano, dalle dieci, attraverso le quattro porte rosse, che non si richiudevano mai. Nel corridoio terreno, i guardarobieri perdevano un po' la testa, numerando soprabiti e pellicce, unendo sciarpe, veli, bastoni e scialli in pacchetti. La vastissima platea ingoiava gente, sempre, e non pareva mai piena, malgrado quel brulichìo di persone, di colori vivi a fondo nero. La gente si dava a quell'eterno passeggio circolare che è la nota caratteristica del veglione romano. Ventiquattro pulcinella, una chiassosa compagnia di giovanotti, tenendosi per la camicia bianca, l'un dopo l'altro, correvano attraverso la sala, ridendo e gridando, come una valanga di neve che precipiti, roteando. In mezzo alla sala, in un largo circolo, erano riunite una quantità di mascherette femminili, per lo più con una vesticciuola bianca e corta, una vera blusa infantile, stretta un po' alle ginocchia da un largo nastro azzurro o rosso, con la cuffietta bambinesca sul capo e un giocattolo tintinnante in mano: l'economico, carino e provocante costume di donna Juanita, nell'atto della Giamaica. Venute in buona compagnia, queste mascherette non lasciavano mai il loro cavaliere; appena l'orchestra, dalla tribuna elevata sul palcoscenico, dietro la grande fontana zampillante, preludiava per una polka, le coppie si mettevano a girare, con una gravità singolare, misurando il passo, strisciando per non urtarsi, ballando con coscienza; quando la musica cessava, si fermavano di botto, come sorprese: il cavaliere offriva il braccio alla dama, e senza scambiare una parola, si davano alla passeggiata circolare; alle nuove prime battute penetravano nuovamente nel circolo e ballavano ancora, con una ostinazione quasi doverosa, mentre intorno a loro tre file di spettatori ammiravano.

Tre ragazze, vestite di lana nera, con certi grembiuli bianchi e certi immensi cuffioni di mussola bianca, si tenevano a braccetto e con un filo di voci sottili, agitando le manine calzate di guanti neri, andavano intrigando mezzo mondo. In un palco di seconda fila, un domino femminile, scarlatto, di raso, con un cappuccio a cresta di gallo, se ne stava solo, quieto, tenendo lungo il parapetto un braccio tutto rosso, financo nel guanto. Qualche altro domino femminile elegante e misterioso appariva qua e là: uno svelto, tutto azzurro, con un grande cappello a forma di conchiglia schiusa; un altro di raso nero, col capo avvolto in una blonda nera veneziana; una opulenta persona che lasciava vedere, dal domino aperto, di broccato fiamma e oro, un vestito di broccato crema: e altri ancora, seguiti da giovanotti che cercavano d'indovinarne la figura. Ma la massa era formata dalle oneste famiglie borghesi, padre e madre, figliuoli e figliuole, che venivano al veglione come a uno spettacolo notturno di passeggiata, col vestitino di lanetta scura, il colletto bianco, il cappellino nero piumato, e incontrandosi fra loro, si fermavano, si salutavano, chiacchieravano, spassandosi con quella serenità della borghesia romana che non si esalta mai.

La calca si faceva fittissima innanzi alle due barcacce (palchettoni di proscenio), dove i soci del Club delle Cacce, in marsina, cravatta nera, gardenia all'occhiello, da una parte, gli ufficiali di cavalleria, dall'altra, si piegavano a parlare, a ridere con gli amici che passavano in platea.

Quando Francesco Sangiorgio entrò nell'atrio e comprò un biglietto di ingresso, erano le undici e mezzo. Una figura femminile avvolta in una stoffa ricamata, con la testa coperta e il volto nascosto sotto una trina bianca, gli disse, con una voce finissima: