«Oh caro Sangiorgio, buona sera, perchè sei malinconico?»
«Perchè non ti ho riconosciuto ancora, carina».
«Tu non mi conosci, tu non devi conoscermi, tu non mi conoscerai mai. Io lo so, perchè sei malinconico, Sangiorgio. Te lo dico in un orecchio: sei innamorato».
«Di te, cara».
«Mi fai ridere: sei troppo galante: non si usa, al veglione. Sii brutale, te ne prego; ne va del tuo decoro. Senti ancora: il Ferrante non è più candidato a membro della commissione del bilancio. Si parla di te: te lo avverto; sii cauto».
Egli restò colpito. Il domino sfilò tra la folla e scomparve. La notizia lo aveva meravigliato molto: non se l'aspettava. Che ne aveva ricavato dal suo grande discorso? Una discussione lusinghiera col capo della destra, don Mario Tasca, l'oratore freddo, mite ed elegante, il moderato socialista, l'uomo politico che aveva perduto il proprio partito per la nebulosità delle proprie tendenze. E poi saluti, presentazioni, strette di mano. Il ministro, rispondendo, aveva reso omaggio all'avversario, ma aveva insistito sulla proposta, e la Camera aveva votato il bilancio con una forte maggioranza. Chi si occupava più del suo discorso? L'onorevole Dalma glielo aveva detto, con quel suo poetico cinismo parlamentare:
— In politica tutto si dimentica. —
Nel vestibolo, dove le coppie passeggiavano, tenendosi a braccetto, discorrendo, dove gruppi di giovinotti si consultavano finanziariamente, per metter su una cena, dove i domino solitari andavano su e giù aspettando qualcuno che non veniva, Sangiorgio incontrò l'onorevole Gullì-Pausania. Il deputato siciliano era addossato al muro, aspettando anche lui, elegante e corretto nella marsina di meridionale galante, con la barbetta castagna tagliata a punta, con gli occhi verdini che cercavano nella folla e il gibus che nascondeva la calvizie precoce, per cui molte donne lo amavano.
«Oh caro Sangiorgio,» disse Gullì, con un forte accento siciliano: «solo, solo, al veglione!».
«Solo: non aspetto nessuno, nessuno mi aspetta e l'onorevole mio collega Gullì-Pausania non mi imita, certo....»