«Che ci volete fare?» rispose, ridendo, Gullì, «passiamo la vita ad aspettare.....»

«Non la stessa persona, sempre, per fortuna».

«Oh no, sarebbe troppo grave... Nessuna notizia politica?»

«Nessuna, caro collega. Buon divertimento!»

«Grazie,» fece Gullì-Pausania, sorridendo con la sua fine aria voluttuosa.

Sangiorgio entrò. Le palpebre gli battevano sugli occhi abbarbagliati. Il teatro, nelle sue tre file di palchi, sulle gallerie, sul palcoscenico, era strabbocchevolmente illuminato, e il fondo bianco della sua decorazione ne raddoppiava il fulgore: sul palcoscenico, lo zampillo della fontana, altissimo, era colorato di rosso da un raggio di luce elettrica. La sala era piena: arrivava ancora gente dagli altri veglioni, dai caffè, dai ricevimenti, dai balli. Non era più permesso nè di fermarsi, nè di camminare presto: Sangiorgio principiò col non veder altro che le spalle di un alto signore robusto che camminava innanzi a lui, a diritta l'orecchio rosso di una ciociaretta, a cui certo era troppo stretto il lacciuolo della mascherina, a sinistra il profilo sperso di una giovanetta alta e magra, con gli occhi malinconici. L'alto signore guardava a destra e a manca nei palchi, movendo una testa dalla zazzera bionda, ripartita da una diritta scriminatura. Una volta che costui si fermò per poco a guardare in un palchetto di prima fila, pieno di domino neri che se ne stavano immobili e zitti zitti, Sangiorgio gli si trovò accanto. Era l'onorevole principe di Sirmio che portava il titolo di Altezza Serenissima ed era il più ricco signore di Roma.

«Buona sera, onorevole signor collega,» disse il principe, con quella sua voce liquida e lenta, con quel tono di stanchezza fredda che era una delle sue originalità. «Credo sia la prima volta che capita in uno di questi luoghi di corruzione dove tutti si danno a una virtù scrupolosa. Una virtù scrupolosa, non Le pare? Le avran detto che noialtri della capitale si fa una vita sfrenata: invece, come vede, noi si gira in tondo, con molta lentezza, pour le bon motif, poichè noi si cerca la moglie, che dev'essere in un palco con sua sorella. Intanto si va tra la folla, come vede, per sentire e sapere. Sento dirmi da tutti che son democratico... e ubbidisco. Lei fa della politica, onorevole collega? Ce n'est pas le bonheur, ma infine... io non ne fo più, da tempo immemorabile. Il capo del mio partito è don Emilio Castelar: io sono repubblicano spagnuolo. Se ne maraviglia?»

Francesco Sangiorgio sorrise e non rispose, il che fece piacere al principe, poichè egli non amava troppo i parlatori e gli interruttori: con quel suo discorrere molle molle, una interruzione lo seccava.

«Ah! ecco la moglie,» riprese Sirmio. «Chi sta nell'altro palco, accanto a lei? Ah! è il ministro degli affari esteri con le sue figliuole, la Grazia e l'altra che dovrebbe chiamarsi Giustizia, ma si chiama Eleonora. La freddura non è mia, è di un giornale. Buona notte, onorevole collega».

«Buona notte, principe».