Sangiorgio, invece di fare il giro minore intorno alla sala, faceva il giro maggiore, ascendeva verso il palcoscenico, dove, dall'una parte e dall'altra, lungo le quinte, stavano dei tavolini e delle sedie, e tutt'intorno famiglie intiere borghesi che bevevano delle gassose, o delle coppie inseparabili e annoiate che, non osando dividersi, bevevano una tazza di birra. Egli rasentava la fontana che adesso la luce elettrica tingeva di violetto, un colore delicatissimo, e passava fra la vasca e il grande specchio del fondo, sotto la tribuna dell'orchestra. Questa, a un tratto, scoppiò sul suo capo, con le prime note della mazurka dei postiglioni del ballo Excelsior, che era popolare in quell'inverno. Vi fu un momento di fluttuazione dal palcoscenico alla platea, come se tutte le teste ondeggiassero a quel ritmo vivace: la gente rifluì verso la platea a veder ballare. In un angolo di quinta, a sinistra, solo a un tavolino, l'onorevole Schuffer beveva della birra guardando la gente coi suoi occhietti chiari dietro gli occhiali, rizzando ogni tanto il nasetto sottile e il mento arguto.

«Oh caro collega,» disse Schuffer con la dolcezza dell'accento veneziano; «prende una tazza di birra con me? Ma già Lei è napoletano, e non gusterà la birra».

«Grazie, grazie, onorevole, non prendo nulla: sono entrato adesso.»

«Io, da un'ora, ma in un'ora quante gomitate nelle costole, quanti spintoni, quanti piedi passati sui miei! Mi sono rifugiato qua per evitare le occasioni: Lei già saprà che io sono sfortunato, in certe cose.»

Sangiorgio sorrise: l'onorevole Schuffer, con la sua aria di giovanetto biondino e furbettino dalla zazzeretta ricciuta, aveva già avuto tre querele per ingiurie. Questo deputato, fatalmente, capitava ogni tanto a dover litigare con una guardia, con un facchino, con un capo-stazione, con un cameriere di caffè: e mentre a cento altri deputati accadeva lo stesso senza veruna conseguenza, a farlo apposta, la guardia, il facchino, il capo-stazione, il cameriere gli davano querela; onde, di tanto in tanto, la Camera era chiamata ad accordare l'autorizzazione a procedere.

«Io ho imparato a bere la birra, viaggiando, andando al Giappone,» proseguì Schuffer. «Gran paese quello, onorevole collega! Là non ho mai litigato con alcuno, glielo assicuro.... Onorevole, Ella è ministeriale: voterà Ella i milioni al ministro della guerra?» soggiunse, come colpito improvvisamente da un'idea.

«E Lei, onorevole Schuffer?» rispose, pronto pronto, Sangiorgio.

«Io?... Io?...» fece quello, sconcertato, «ci debbo pensare. Ne dovremmo parlare, non Le pare? metterci un po' d'accordo: è una cosa grave: la guerra mangia tutt'i quattrini della nazione».

«Non chieggo di meglio, ne riparleremo, sicuramente. Buona notte, onorevole Schuffer.»

La mazurka dei postiglioni riscaldava il veglione: ora si ballava in tre circoli, presso la porta della platea, in mezzo alla sala, sul palcoscenico. Una mascherina vestita da ufficiale dei bersaglieri, col cappello piumato sull'orecchio, le braccia nude che uscivano di sotto le frange dorate delle spalline, i calzoncini stretti al ginocchio, ballava con una ragazza vestita da diavolo, serie serie, respingendo quelli che volevano dividerle. Ora anche i palchi erano stati occupati dalle signore che venivano dai ricevimenti, dai balli: tutta la prima e la seconda fila eran piene. In quello subito dopo la barcaccia, in prima fila, vi era la bellezza delicata e gentilmente fiorentina di Elsa Bellini, maritata a Novelli, e quella opulenta e biondissima di Lalla Terziani: le due signore venivano dal Valle. Con loro stavano Rosolino Scalìa, il deputato siciliano dall'aria militare, il piccolo principe di Nerola, nuovo deputato per gli Abruzzi, un giovanottino dall'aria fine e dal mustacchietto nero, il cavalier Novelli e Terziani, i due mariti.