«Onorevole Sangiorgio?» fece il piccolo principe, piegandosi sul parapetto del palco.
«Onorevole collega?» fece quello, alzando il capo.
«Se vedete Sangarzia, non vi dispiaccia di dirgli che sono qui..... Sapete chi porteranno, dopodomani, alla commissione del bilancio?»
«L'onorevole Ferrante, com'è naturale.»
«Non credo, non credo,» disse il principino, sorridendo maliziosamente.
Nell'andarsene, Sangiorgio sentì dire nel palco: giovane intelligente... meridionale di talento..... Egli cercava Sangarzia nei palchi. Sempre in prima fila, le due sorelle napoletane, le Acquaviva, maritate una al deputato marchese di Santa Maria, l'altra al deputato conte Lapucci. La contessa, bruna, vivacissima, con una bocca carnosa e colorita, con due occhi folgoranti, era come il contrapposto di suo marito, un giovane bruno ed esile, molto taciturno, molto pensoso, tenuto in conto di orgoglioso, malgrado che fosse un deputato socialista. La coppia Santa Maria era diversa: la moglie, biondina, ricciuta, con un visetto giovanile e un vestito semplicissimo, l'aria candida: il marito, biondo, con gli occhi socchiusi, molto indolente. La contessa Lapucci rideva forte, la marchesa di Santa Maria sorrideva: il conte Lapucci guardava la folla, silenzioso, coi due pollici ficcati nei taschini della sottoveste, il marchese di Santa Maria chiacchierava sbadatamente con l'onorevole Melillo, la testa forte finanziaria della Basilicata, il cuore troppo debole con le donne, un celibato ostinato che lo rendeva interessante a tutte le ragazze, di cui egli non si curava. L'onorevole Melillo rispose con un gran saluto e un cenno protettore della mano al saluto di Francesco Sangiorgio, e costui s'accorse che, per un momento, nel palco si parlava di lui: l'onorevole Melillo diceva forse delle belle speranze che dava il suo compatriota.
Nel palco presso la porta, la segretariessa generale delle finanze era arrivata, venendo da un circolo serale del Quirinale: la piemontese magra e svelta, con un viso pallido e interessante d'inferma, era scollata e carica di gemme, tossiva spesso, portava la pezzuola alle labbra un po' vive, si rialzava i lunghi guanti di camoscio fino ai gomiti, con un moto nervoso. L'onorevole Pasta, l'avvocato subalpino, dalla faccia rasa e dalle fedine biondo-brizzolate, le diceva qualche cosa di molto spiritoso che la faceva ridere; l'onorevole Cimbro, il deputato giornalista piemontese, assorbito dietro le lenti, con la cravatta che gli era risalita sotto l'orecchio, aveva l'aria di un uomo che è imbarazzato della propria persona: invece il segretario generale, piccolo, un po' calvo, con un mustacchietto grosso e corto, serbava un silenzio solenne guardando la platea come se non la vedesse. Quando Sangiorgio passò, gli fece un saluto profondo, pieno di espressione, quasi affettuoso, il saluto riconoscente del segretario generale che dimostra la sua gratitudine a colui che gli ha fatto il piacere di attaccare il ministro.
— Dove sarà Sangarzia? — pensava tra sè Sangiorgio, camminando a stento in quella folla che cresceva sempre.
Nel suo palco, la baronessa Noir, un corpicciuolo serpentino, una simpatica testina viperea, avvolta in uno strano abito di seta cangiante, dove erano ricamati dei tulipani e dei pavoni, aveva raccolto un secondo piccolo ministero degli affari esteri: per vero, ella era stata segretariessa generale. Suo marito si teneva in ombra, con la gravità del diplomatico che aspetta una destinazione; ma l'onorevole di San Demetrio, un abruzzese tranquillo, dalla barba nera già brizzolata, un forte aspirante al ministero, si teneva dritto, sul davanti, in luce; poi l'onorevole di Campofranco, un siciliano freddo e nordico, il figliuolo della più forte donna politica che abbia l'Italia, la principessa di Campofranco. L'onorevole di San Demetrio parlava, spiegando forse qualche paragrafo della sua relazione del bilancio, e la piccola baronessa ascoltava, interessata, dandosi dei colpettini di ventaglio sulle dita. Pressato dalla folla, Sangiorgio si fermò un momento sotto quel palco: una stanchezza gli saliva dai piedi alla testa, i lumi gli davano fastidio, quell'aria già impregnata di odori acri, l'opprimeva.
«Sangiorgio,» chiamò San Demetrio.