«Siete stato agli uffici, stasera?» domandò Marchetti.

«No: che si è fatto?»

«Nulla di concreto ancora: si lavora poco,» fece Seymour, raddrizzandosi le lenti sul naso, con un moto familiare. «Perchè non fate stampare il vostro discorso, Sangiorgio?»

«A che serve?» rispose questi, con un accento sincero di sfiducia; «ritornerò alla carica diversamente, al bilancio di agricoltura,» riprese poi, come rianimato.

Ma come l'orchestra aveva intonato lo stridulo ed eccitante waltzer di Strauss, Saluto di gioia, un grande movimento vi fu nella folla, il circolo del ballo si allargò, la gente fu respinta sotto i palchi, il gruppo dei deputati fu diviso. Sangiorgio restò solo. Le signore dei palchi guardavano giù, ardentemente, invidiando quelle pedine che ballavano con tanto entusiasmo: ed esse, lassù, dover starsene sedute, mentre quella musica e il veder gli altri ballare, le eccitavano alla danza. Tre o quattro, scollacciate, venivano dal ballo di casa Huffer e lasciavano ammirare tutta la magnificenza dei loro vestiti. Il piccolo principe di Nerola, adesso, era nel palco di sua cugina, la contessa di Genzano, la grande bionda affascinante e tizianesca: nell'ombra si vedeva il viso un po' scialbo, ma ancora corretto, quasi bello, di lineamenti, del ministro di grazia e giustizia, il magistrato inflessibile e galante, ostinato nella inflessibilità e nella galanteria. Sangiorgio si riscosse da quel torpore che lo invadeva: doveva trovare Sangarzia. Guardando bene, palco per palco, alla fine giunse a scoprirlo in seconda fila, presso il palco reale. Un domino nero, femminile, di raso, elegantissimo, con un fitto velo nero che gli copriva la testa e la faccia, fermato da un grosso ciuffo di garofani, sedeva al primo posto; dirimpetto a lui l'onorevole Valitutti, un calabrese ricco, metteva la sua faccia olivastra, la sua barba nera, la figura di un arabo taciturno; nell'ombra vi era l'onorevole Fraccacreta, uno dei più forti negozianti di cereali del paese di Puglia; in mezzo, l'onorevole Sangarzia, il siciliano simpatico, lo schermidore eccezionale, il gentiluomo perfetto, che tutti amavano.

«Chi sarà quella signora?» si domandava Sangiorgio, avviandosi per salire al secondo ordine. Qualche signora, impazientita di non poter ballare, andava via di malumore, lasciando trascinare lo strascico, con la bocca stretta delle donne a cui si è proibito qualche cosa: e il marito e l'amante venivano dietro, con l'aria felice di chi si seccava, e che finalmente potrà andare a letto. I cinque domino neri femminili che erano stati tutta la sera in un palco senza muoversi e senza parlare, come tanti congiurati, ora scendevano al braccio di cinque giovanotti, coppie silenziose, quasi lugubri, che parea si avviassero a una cena funeraria. Giusto dietro loro scendeva l'onorevole Carusio, un deputatino dalla testa calva come una palla di bigliardo, con un lungo, stravagante pizzo nero napoleonico che gli arrivava sulla pancia e con un'aria di uomo timido e impacciato, pieno di faccende e pieno di preoccupazioni.

«Caro collega,» disse Carusio, fermando improvvisamente Sangiorgio sul primo scalino, «scusate se vi fermo così, perdonatemi, ve ne prego: sono in molta pena. Un parente di provincia, capitato qui, mi ha costretto ad accompagnarlo al veglione che non aveva mai visto: figuratevi se mi ci annoio. Sono inquietissimo. Il presidente del consiglio è dunque molto ammalato?»

«Non molto, non molto,» rispose sorridendo Sangiorgio: «è la solita gotta che lo tormenta.»

«Lo sapete di certo, caro collega? È almeno sicura la notizia?»

«Sono stato a informarmene personalmente.»